Cambio euro-dollaro su o giù nel breve e medio periodo? La risposta del mercato

Cambio euro-dollaro, le aspettative del mercato per il breve e medio termine alla luce della divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. Ecco il responso dei rendimenti sovrani.

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Cambio euro-dollaro, le aspettative del mercato per il breve e medio termine alla luce della divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. Ecco il responso dei rendimenti sovrani.

Occhi puntati sulla Federal Reserve, che oggi e domani si riunisce per il quarto appuntamento annuale di politica monetaria. Il mercato sconta un taglio dei tassi solamente con probabilità pari a un quinto, intravedendo tale mossa per i prossimi mesi. Importante capire, comunque, cosa comunicherà l’istituto con riferimento sia alle sue intenzioni a breve, sia sull’eventuale ripristino degli acquisti di Treasuries con un nuovo ciclo di “quantitative easing” dal prossimo autunno.

Il cambio euro-dollaro si è apprezzato di poco nell’ultimo mese, guadagnando lo 0,6% e portandosi oggi a 1,1235. Quali le prospettive per il breve e medio termine del cross valutario più importante al mondo?

Per capirlo, dobbiamo monitorare le aspettative del mercato, che si riflettono sul differenziale di rendimento o spread tra Treasury e Bund alle varie scadenze. Prendiamo i titoli a 12 mesi: negli USA offrono oggi il 2,04%, in Germania il -0,62%. Il differenziale del 2,66% sarebbe giustificato, in teoria, dall’atteso apprezzamento del cambio euro-dollaro alla scadenza per una pari percentuale. In altre parole, gli investitori scommettono su un cross in area 1,1530. Un mese fa, gli USA rendevano il 2,32% e la Germania il -0,56% sulla medesima scadenza, per cui il differenziale risultava di 288 punti base e il cambio euro-dollaro atteso sempre in area 1,15.

Passando alla scadenza dei 2 anni, notiamo che il Treasury offre l’1,85% contro il -0,69% del Bund, segnalando uno spread del 2,54%, che moltiplicato per 2 (gli anni alla scadenza) fa più del 5% e implicando un cambio atteso tra 2 anni intorno a 1,18, esattamente quanto un mese fa, quando i due bond rendevano rispettivamente il 2,20% e il -0,65%. Dunque, nemmeno per questo orizzonte temporale si registrano scossoni nell’una o nell’altra direzione.

Bund, rendimenti ai minimi storici e collassa pure il cambio euro-dollaro atteso

Aspettative invariate nelle ultime settimane, ma possibili sorprese

Infine, verifichiamo se qualcosa sia cambiato sulle scadenze lunghe. Il decennale a stelle e strisce offre oggi il 2,07%, quello tedesco il -0,25%. A conti fatti, la differenza cumulata alla scadenza risulta di oltre il 23%, per cui il cambio euro-dollaro che la giustificherebbe sarebbe di circa 1,38 tra 10 anni.

Un mese fa, i due bond offrivano l’uno il 2,39% e l’altro il -0,10% per un cambio atteso in area 1,395. Qui, si noterebbe un indebolimento delle prospettive per la moneta unica, ma considerando che parliamo di una scadenza così lontana, nemmeno tanto marcata, almeno non nelle ultime settimane, mentre all’inizio dello scorso anno il cambio a 10 anni era atteso oltre 1,50.

In definitiva, cosa ci spiegano questi dati? Il mercato ha ridotto il rendimento preteso dagli USA alle varie scadenze in misura superiore di quanto non abbia fatto con la Germania. E’ evidente che dovesse essere così, partendo la curva americana da livelli ben più elevati. Tuttavia, il leggero apprezzamento nel frattempo subito dall’euro contro il dollaro avrebbe assorbito il ri-allineamento, tale per cui le aspettative a breve e medio termine risulterebbero essere rimaste sostanzialmente identiche e, cosa importante per la BCE, inferiori a 1,20 per il medio termine. In altre parole, si prevede che la divergenza monetaria tra le due principali banche centrali non varierà, ovvero che Francoforte seguirà le mosse di Atlanta, tagliando a sua volta i tassi e/o ripristinando il QE.

Non è detto che il mercato stia scontando con precisione quanto avverrà nel prossimo futuro. Ad esempio, l’amministrazione Trump punta esplicitamente a indebolire il dollaro, mentre la BCE vorrebbe evitare di rafforzare l’euro in una fase di rallentamento della crescita sia dei prezzi che del pil nell’unione monetaria. I due obiettivi cozzano tra di loro, per cui potremmo assistere a qualche sorpresa, specie nel caso in cui le quotazioni del petrolio scendessero ulteriormente sotto quota 60 dollari e minacciassero la stabilità dei prezzi nell’area, quando già le aspettative d’inflazione a 5 anni risultano ai minimi storici, praticamente ballando a cavallo dell’1,10%, ben meno del target di poco inferiore al 2%.

Cambio euro-dollaro e petrolio, due alert per la BCE

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