Cambio euro-dollaro e petrolio, due alert per la BCE di Draghi

La BCE potrebbe trovarsi costretta a breve a tagliare i tassi e/o a ripristinare gli acquisti con il "quantitative easing". I segnali che arrivano dal cambio e dai mercati non sono affatto rasserenanti.

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La BCE potrebbe trovarsi costretta a breve a tagliare i tassi e/o a ripristinare gli acquisti con il

Da fine maggio, il cambio euro-dollaro ha guadagnato il 2%, salendo a 1,1315 e ai massimi da due mesi. A rafforzare la moneta unica sono state le parole del governatore della Federal Reserve, pronunciate una settimana fa, secondo cui l’istituto si tiene pronto a tagliare i tassi nel caso in cui le tensioni commerciali USA-Cina dovessero montare ulteriormente. Giovedì scorso, lo stesso Mario Draghi ha usato toni molto da “colomba”, dichiarando in conferenza stampa esplicitamente che dentro la BCE si stia ragionando persino di un possibile nuovo taglio dei tassi.

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A maggio, l’inflazione nell’Eurozona si è allontanata ancora di più dal target “vicino, ma inferiore al 2%”, attestandosi all’1,2% su base annua. Nei prossimi mesi, potrebbe andare peggio. Il petrolio è sceso dai massimi dell’anno dei 75 dollari toccati a metà maggio, sfiorando nei giorni scorsi un minimo di poco superiore ai 60 dollari per il Brent e quotando al momento meno di 63 dollari. Tenendo conto anche del cambio euro-dollaro, possiamo calcolare che il greggio ci costi oggi circa il 15% in meno rispetto a un anno fa, cioè sui 55,50 euro al barile. Insomma, vista l’importanza che il petrolio riveste per i prezzi energetici e, in generale, sull’intera struttura dei prezzi di beni e servizi, le spinte deflattive in questa fase, complice il rallentamento congiunturale globale, appaiono evidenti.

Se c’è una cosa che la BCE non può permettersi sarebbe il mix tra rafforzamento dell’euro e pil stagnante. L’Eurozona è un’economia esportatrice e risente negativamente sia del cambio forte che della debolezza dei mercati di sbocco. E la Cina, i cui tassi di crescita si avvicinano sempre più al 6% e il cui export è da mesi colpito dai dazi dell’amministrazione Trump, ha fatto presente proprio in questi giorni che non esisterebbe alcun “floor” in zona 7:1 per il cambio tra yuan e dollaro. E il cross è ormai prossimo a tale livello, attestandosi oggi a 6,92. In altre parole, Pechino minaccia esplicitamente gli USA di lasciare deprezzare il cambio senza offrigli un sostegno, se non di svalutarlo appositamente.

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Se dollaro e yuan s’indeboliscono e l’euro si rafforza, significa una sola cosa: l’Eurozona rallenterà economicamente per via dell’assenza di una politica fiscale espansiva dei governi che bilanci le minori esportazioni con uno stimolo in favore della domanda interna aggregata; in più, l’inflazione si affievolirebbe di mese in mese, potenzialmente riproponendo la minaccia deflattiva di 5 anni fa, quando la BCE fu costretta ad azzerare i tassi e a varare il “quantitative easing”. Tutto ciò ci porta a concludere che Draghi, prima di completare il mandato in scadenza alla fine di ottobre, potrebbe lasciare al successore una strada già segnata da percorrere, così da evitare un brusco cambio di rotta a fine anno. Come? Probabile un taglio dei tassi, forse riguardante gli interessi già negativi applicati sui depositi overnight delle banche, magari addolcito dall’introduzione di una franchigia o da una sorta di progressività. E non possiamo più escludere un ripristino degli acquisti netti con il QE già prima che il 2019 ci saluti.

Del resto, Trump sta insistendo notte e giorno per ottenere dal governatore Jerome Powell un taglio dei tassi immediato, con l’obiettivo esplicito di indebolire il dollaro. Nelle ultime settimane, anche in previsione forse di un rafforzamento a breve dell’euro, i rendimenti dei bond nell’Eurozona si sono schiantati, risentendo anche degli afflussi di capitali esterni, tutti segnali che Draghi e la BCE non possono trascurare – né starebbero trascurando – per evitare di perdere la battaglia in difesa della stabilità dei prezzi. E quand’anche il prossimo governatore avesse un nome tedesco, non avrebbe grandi alternative all’ulteriore allentamento della politica monetaria.

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