Bund, rendimenti ai minimi storici e collassa pure il cambio euro-dollaro atteso dal mercato

Rendimenti tedeschi ai minimi storici, pessima notizia per la BCE, mentre il mercato continua ad abbassare le aspettative sul cambio euro-dollaro.

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Rendimenti tedeschi ai minimi storici, pessima notizia per la BCE, mentre il mercato continua ad abbassare le aspettative sul cambio euro-dollaro.

I rendimenti dei Bund, i titoli di stato della Germania, sono scesi stamattina ai minimi storici sulla scadenza a 10 anni, segnando il -0,214%. Già venerdì scorso si aggiravano in area 0,20%. E’ la conseguenza di una corsa al debito sovrano “core” nell’Eurozona, a causa sia delle tensioni internazionali tra USA e Cina sui dazi e il caso Huawei, sia delle vicissitudini interne all’area, tra cui la crescente preoccupazione per il caso Italia.

Inoltre, il governo tedesco di Grosse Koalition sembra davvero al capolinea dopo le dimissioni della leader socialdemocratica, reduce da una pesantissima sconfitta alle elezioni europee e amministrative del 26 maggio scorso.

Tuttavia, il crollo dei rendimenti tedeschi, negativi fino alla scadenza dei 10 anni, risente del clima complessivo sui mercati, con gli stessi Treasuries ad apprezzarsi di seduta in seduta. Mentre scriviamo, il decennale americano risulta offrire il 2,08%. Stava al 3,25% agli inizi di novembre, quando ancora gli investitori scontavano rialzi dei tassi negli USA fin sopra il 3%, mentre adesso prezza con certezza almeno un taglio di 25 punti base entro inizio 2020. E proprio lo spread Treasury-Bund a 10 anni, in deciso calo nelle ultime settimane, segnalerebbe che il mercato si attenda un cambio euro-dollaro sempre più debole anche nel lungo termine: da circa 1,40% di un mese fa all’1,37% attuale; a inizio 2018, ci si aspettava una risalita a oltre 1,50 entro il 2028.

I tassi negativi dei Bund li pagano gli inquilini in Germania

Si tratta di una pessima notizia per la BCE, perché rendimenti sovrani così bassi nell’Eurozona sono anche il frutto di un ambiente economico poco vivace e della mancata reflazione. Le aspettative d’inflazione, stando ai tassi forward, sarebbero scese per i prossimi 5 anni all’1,30%, il dato più basso dal 2016 e, soprattutto, inferiore a quell’1,50% vigente poco prima che la BCE desse avvio al “quantitative easing”. In altre parole, se l’obiettivo dichiarato di Francoforte è stato di sostenere la ripresa dei prezzi, agendo sulle aspettative, può dirsi almeno parzialmente fallito.

I dolori della BCE

Il punto è che mentre l’America ha spazio per eventualmente allentare la sua politica monetaria e sostenere i prezzi, non lo stesso dicasi per l’Eurozona.

I tassi di riferimento sono già azzerati, quelli imposti sui depositi “overnight” delle banche al -0,4% da anni, mentre il QE è stato cessato a fine dicembre scorso, sebbene gli acquisti di assets proseguano a tutt’oggi, in forma di reinvestimenti delle scadenze. Il mercato sconta un taglio ulteriore dei tassi overnight, cosa che abbasserebbe probabilmente il “floor” per i rendimenti a breve della Germania, il cui tratto della curva risulta invertito, con i triennale a esibire il -0,69% e i biennali il -0,66%. E di fatto, dentro le mura della BCE si discute da mesi sull’opportunità di introdurre una sorta di franchigia sulle riserve in eccesso delle banche, segno che o i tassi overnight possano subire un nuovo taglio o che la loro permanenza in territorio negativo sia attesa più lunga.

Chi oggi dovesse investire il proprio denaro su un decennale tedesco, alla scadenza avrebbe la certezza di avere perso oltre il 2% del capitale. Il titolo con scadenza febbraio 2029 offre cedola 0,25% e prezza 104,4. E’ come se il mercato si accontentasse di un interesse annuo cedolare dello 0,24%, tenuto conto della somma sborsata per acquistare il bond, pur di evitare di portare altrove il proprio denaro, magari confidando nella possibilità di disinvestire anticipatamente, realizzando pure una plusvalenza, cosa che a sua volta implica uno scenario atteso piuttosto pessimistico. Sta di fatto che, dalla sua emissione alla metà di gennaio, il Bund a 10 anni ha già reso il 4%, facendo vincere la scommessa a quanti lo avessero acquistato per pure ragioni speculative.

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