Cambio euro-dollaro ancora giù, ecco perché c’entrano anche le elezioni in Germania

Il cambio euro-dollaro è sceso a 1,17, segnalando una certa debolezza che deriva adesso anche dall'esito delle elezioni in Germania

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Cambio euro-dollaro, previsioni

Perde oltre il 4% quest’anno e dai massimi recenti toccati all’inizio di settembre arretra dell’1,5%. Il cambio euro-dollaro è scivolato a 1,17, valore attorno al quale si è mantenuto sostanzialmente stabile nel corso della seduta di ieri. Da qui alle prossime settimane, le prospettive per il cross valutario rimangono deboli. Per prima cosa, rileva la divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. La prima ha tenuto una riunione a settembre dall’esito “hawkish”. Il board ha segnalato di volere ridurre gli stimoli monetari, avviando il “tapering” entro la fine dell’anno.

Sin dall’inizio della pandemia, gli acquisti netti mensili di bond negli USA sono stati portati a 120 miliardi di dollari. Tale programma, noto con l’accezione di “quantitative easing”, dovrebbe cessare entro la metà di giugno. Ciò significherebbe scalare gli acquisti al ritmo di 20 miliardi al mese sin dal prossimo gennaio o qualcosa di meno a partire dagli ultimi mesi di quest’anno.

La conseguenza di questa restrizione monetaria si traduce in un indebolimento del cambio euro-dollaro, cioè in un rafforzamento del biglietto verde contro la moneta unica. E ciò vale a maggior ragione per il fatto che la BCE non abbia ancora neppure valutato formalmente se ridurre il proprio apparato di stimoli. Il PEPP è stato sì scalato dagli oltre 80 miliardi di euro al mese, ma mantenendo invariata l’entità del programma. Inoltre, man mano che esso si appropinquerà al termine del prossimo marzo, sta emergendo la volontà di Francoforte di potenziare parimenti il “quantitative easing” dai 20 miliardi al mese attuali.

Cambio euro-dollaro al test delle elezioni in Germania

Secondo le proiezioni di CME Group, principale società di trading dei derivati negli USA, nel 2022 vi sarà almeno un primo rialzo dei tassi FED.

Viceversa, nessuna ipotesi del genere ancora vi è nell’Eurozona. Peraltro, l’esito delle elezioni federali in Germania non depone per il momento a favore di alcuna scelta azzardata. Serviranno verosimilmente settimane o mesi di trattative per formare il nuovo governo a Berlino. Fino ad allora, nessuna certezza sulla sua propensione in tema di politiche fiscali e comunitarie. Lo sbocco più probabile sembrerebbe quello di un esecutivo guidato da Olaf Scholz, cioè a guida socialdemocratica e retto anche da Verdi e liberali.

Quale sarebbe il programma di una coalizione così composita? Nessuno per adesso può dirlo. E la stessa BCE non è in grado di capire se ufficiosamente dalla prima potenza economica europea le arriverà l’input di chiudere con gli stimoli monetari o di portarli avanti ancora un po’. Molto dipenderà, ad esempio, dal grado di sostegno che Berlino offrirà all’economia tramite la leva fiscale. L’unica opzione che l’istituto non può permettersi sarebbe, infatti, di ridurre gli acquisti di bond e/o alzare i tassi, senza che i governi dell’area facessero in pieno la loro parte. Anche per questo il cambio euro-dollaro può scendere ancora per rimanere debole nel breve.

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