Cambio euro-dollaro ai massimi da un anno, Bund a 10 anni allo 0,4%

Cambio euro-dollaro a 1,1361, ai massimi da oltre un anno, mentre i rendimenti dei Bund a 10 anni sono lievitati sopra allo 0,40%. Il mercato sconta la reflazione e il possibile "tapering".

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Cambio euro-dollaro a 1,1361, ai massimi da oltre un anno, mentre i rendimenti dei Bund a 10 anni sono lievitati sopra allo 0,40%. Il mercato sconta la reflazione e il possibile

E’ tornato il “reflation trade”, almeno nell’Eurozona. Il cambio euro-dollaro è salito oggi a 1,1361, il livello più alto registrato in chiusura di seduta da oltre un anno, salvo ripiegare a metà pomeriggio sotto 1,13, dopo che dalla stessa BCE sono arrivati commenti per rettificare il senso delle parole utilizzate lunedì dal governatore Mario Draghi, le stesse ad avere scatenato il rally della moneta unica. Allo stesso tempo, esplodono i rendimenti decennali dei Bund tedeschi, schizzati allo 0,41% dallo 0,25% di lunedì. Per capire cosa stia accadendo piuttosto in fretta nelle ultime sedute è necessario fare riferimento al discorso di Draghi, pronunciato ieri in Portogallo. Egli ha fatto presente come le spinte deflattive siano svanite, mentre adesso saremmo in piena reflazione.

Battute, che hanno segnalato al mercato la possibile cessazione degli stimoli monetari dai prossimi mesi. Fino al board dell’8 giugno, Draghi era parso piuttosto prudente sulla svolta monetaria, ma adesso appare più fiducioso sulla crescita nell’area, la quale a sua volta irrobustirebbe il tasso medio d’inflazione. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, ecco i 3 eventi a cui guardare)

Tapering BCE in arrivo?

I traders sono tornati a scontare il possibile annuncio del “tapering” già a settembre, facendo guadagnare all’euro l’1,8% contro il dollaro in appena una settimana e il 7,8% quest’anno. A deprimere il dollaro, piombato ai minimi da 7 mesi contro le altre valute, concorre anche la difficoltà che sta incontrando la Casa Bianca nel fare passare al Senato la riforma sanitaria, che cancellerebbe l’Obamacare.

Il mercato guarda con ansia ai rinvii continui del voto da parte dei leaders della maggioranza repubblicana, intravedendo in essi sia gli ostacoli che l’amministrazione Trump incontrerebbe nell’eseguire l’agenda economica promessa, sia il possibile contraccolpo che subirebbe il taglio delle tasse per imprese e famiglie, strettamente legato proprio alla riforma sanitaria.

La tendenza del cambio euro-dollaro sembra di portarsi a ridosso della soglia di 1,15, ma è altrettanto indubbio che le sue variazioni influiranno sulla politica monetaria di Francoforte. La BCE non consentirà che i guadagni della moneta unica siano “eccessivi”, perché metterebbero in forse proprio la reflazione, abbassando il costo dei beni importati. (Leggi anche: Tapering BCE più vicino, ecco i dati)

Su cambio euro-dollaro peserà anche il petrolio

E non dimentichiamoci delle quotazioni del petrolio, ridiscese ampiamente sotto i 50 dollari e attualmente di poco inferiori ai 47 dollari, sopra ai minimi di 44,51 dollari toccati il mercoledì scorso dal Brent, ma pur sempre a un livello dell’11% più basso di quello di un mese fa. Il mix tra rafforzamento del cambio euro-dollaro e indebolimento dei prezzi del greggio tenderebbe ad abbassare l’inflazione nell’Eurozona. Se il processo dovesse protrarsi, Draghi temerebbe per gli effetti deprimenti sulle aspettative d’inflazione e per il rischio che queste vengano disancorate al target dell’istituto. (Leggi anche: BCE guarda al petrolio, ecco perché ha ragione)

Aldilà delle precauzioni, è evidente che ieri il governatore abbia voluto segnalare l’incipit di una svolta nel linguaggio utilizzato, preparando la strada a un annuncio formale, che dovrebbe tenersi entro la fine dell’anno, considerando che il “quantitative easing” da 60 miliardi al mese si conclude a dicembre. Prima di allora, la BCE dovrà comunicare qualcosa in un senso o nell’altro e preferibilmente con diversi mesi di anticipo, nel caso propenda per una riduzione degli stimoli, in modo da assegnare al mercato il tempo dovuto per somatizzare l’avvio della stretta.

I rendimenti tedeschi, per quanto in forte accelerazione sulla scadenza decennale, restano inferiori ai livelli toccati dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi e, soprattutto, a quelli del marzo scorso, quando hanno sfiorato lo 0,50%. Segno, che le parole di Draghi di ieri hanno colpito nel segno, ma che ancora vi sia strada da percorrere, prima che il mercato sconti del tutto il “tapering”; ragione per credere che per il cambio euro-dollaro vi sia ancora spazio di crescita.

 

 

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