Tapering BCE più vicino, ecco i dati che renderanno difficile la vita a Draghi

Stimoli BCE vicini al capolinea? Dopo il tasso odierno sull'inflazione nell'Eurozona, Mario Draghi ha poco spazio per difendere la sua impostazione accomodante. Intanto, il futuro del governatore potrebbe giocarsi anche a Roma.

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Stimoli BCE vicini al capolinea? Dopo il tasso odierno sull'inflazione nell'Eurozona, Mario Draghi ha poco spazio per difendere la sua impostazione accomodante. Intanto, il futuro del governatore potrebbe giocarsi anche a Roma.

L’inflazione nell’Eurozona è risalita all’1,8% a gennaio, in decisa accelerazione dal +1,1% di dicembre. Lo ha pubblicato l’Eurostat, che certifica quanto la crescita tendenziale dei prezzi nell’area stia risultando di mese in mese superiore alle stime degli analisti, che per quello in corso avevano pronosticato un più contenuto 1,5%.

Si tratta del tasso più elevato da quasi quattro anni e sostanzialmente ormai in linea con il target della BCE, che è pari a un’inflazione nel medio termine di poco inferiore al 2%. Al contempo, sempre l’Eurostat ha reso note sia un’accelerazione della crescita del pil al +1,8% annuo nell’ultimo trimestre del 2016, sia una discesa della disoccupazione al 9,6%. Sono tutti dati positivi, ma che renderanno difficile la vita del governatore Mario Draghi, che solo al board di questo mese aveva mantenuto inalterati i toni accomodanti.

Se il dato di gennaio dovesse essere confermato anche a febbraio o dovesse essere persino superato, difficilmente la BCE potrebbe permettersi di segnalare il mantenimento di una politica monetaria così ultra-espansiva. Per quanto il “tapering” non sia ancora in programma per i prossimi mesi, è probabile che Draghi sarà costretto su pressione tedesca a mostrarsi più “falco”, ovvero a paventare un ritiro graduale degli stimoli anche prima della fine prevista per dicembre e un possibile rialzo dei tassi, partendo da quelli negativi sui depositi overnight. (Leggi anche: Quantitative easing, tedeschi chiedono a Draghi l’uscita dagli acquisti dei bond)

Il tapering ucciderà la ripresa italiana in culla

Si sta materializzando lo scenario peggiore per l’Italia. Un’inflazione ormai intorno al target nell’Eurozona, ma molto inferiore nel nostro paese si traduce nella necessità per la BCE di porre fine quanto prima al “quantitative easing”, quando la ripresa dei prezzi, del pil, del credito e dell’occupazione in Italia non ha ancora attecchito. Rendimenti maggiori (il Bund tedesco rende oggi quasi lo 0,50%, oltre il doppio di un mese fa) spingeranno in alto i costi per il rifinanziamento del debito pubblico in Italia, aggravando lo stato dei conti pubblici, e saranno meno favorevoli alla ripresa economica.

Il cambio euro-dollaro, ad esempio, è decisamente risalito dai minimi degli ultimi 14 anni, toccati a inizio gennaio, attestandosi oltre 1,07. Un euro più forte colpisce le esportazioni e allontana ulteriormente la crescita per economie già deboli come quella italiana.

La divergenza all’interno dell’Eurozona si fa sempre più marcata: a fronte di una disoccupazione in risalita al 12% e di un’inflazione ancora lontana da quella soglia individuata dalla BCE quale compatibile con la stabilità dei prezzi, in Germania i disoccupati sono scesi ormai al 5,9%, il livello più basso dal 1990, mentre l’inflazione è in linea con il livello perseguito da Francoforte. (Leggi anche: Tassi zero di Draghi a lungo? Li pagherà l’Italia con l’offensiva tedesca)

 

 

BCE verso il tapering?

Tenere insieme queste realtà divaricanti sarà sempre più complicato per Draghi. Il Nord Europa non più bisogno di una politica monetaria interventista, il Sud sì, specie Italia, Grecia e Portogallo. Una soluzione di compromesso non è possibile: o si accetta l’idea di un surriscaldamento dei prezzi superiore al target nell’intera area per un certo periodo, oppure tra pochi mesi inizia il “tapering”, ma con effetti negativi sulle fragili economie del Mediterraneo, Spagna esclusa.

A complicare lo scenario vi è il fitto calendario elettorale europeo, che vede andare a votare, tra gli altri, olandesi e tedeschi, tra i maggiori fautori della fine anticipata del QE. Comunque la si metta, Draghi rischia di fomentare l’euro-scetticismo del Nord o del Sud. Si parla già di un addio anticipato nel 2018 per il governatore, dopo le elezioni in Germania, lasciando che ad avviare gradualmente la stretta monetaria sia il successore, forse il tedesco Jens Weidmann, che non a caso sta limitando i suoi attacchi contro l’istituto nell’ultimo anno. (Leggi anche: Draghi sotto pressione: tapering o scalone?)

La partita si gioca anche a Roma

L’avvicendamento italo-tedesco coinciderebbe con una politica monetaria più restrittiva nell’Eurozona, ma anche con un possibile nuovo governo tecnico in Italia.

Si vocifera che Draghi potrebbe guidarlo, specie se dalle urne tra un anno (o prima, nel caso di elezioni anticipate) dovessero emergere il caos e il rischio concreto di un’uscita dell’Italia dall’euro.

Poche settimane fa, ad invocare un ritorno di Draghi a Roma in vesti politiche è stato l’ex premier Silvio Berlusconi, che fu anche colui, che nel 2011 spinse per ottenere la presidenza della BCE. Sarà solo un caso, ma lo stesso Berlusconi ha conquistato pochi giorni fa la presidenza dell’Europarlamento con un “suo” uomo, Antonio Tajani. Che si tratti di uno scambio tra il governo tedesco e quello che viene percepito un azionista di un prossimo possibile governo di larghe intese con premier Mario Draghi? Sempre che i numeri siano sufficienti. (Leggi anche: Un berlusconiano a capo del Parlamento europeo, cosa cambia e chi perde)

 

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