Bolsonaro promette al Brasile la ‘liberazione dal socialismo’

Jair Bolsonaro si è insediato alla presidenza del Brasile e promette la "liberazione dal socialismo". Perché il rally sui mercati prosegua, però, servono i fatti. Banco di prova saranno pensioni e privatizzazioni.

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Il 2019 inizia in Brasile con l’avvicendamento tra l’uscente Michel Temer e Jair Bolsonaro alla presidenza. Il leader del Partito Social Liberale e già deputato al Congresso sin dalla fine degli anni Ottanta si è insediato a distanza di oltre due mesi dalla vittoria al ballottaggio, ponendo fine a 15 anni di sinistra al governo sotto l’era Lula prima (2003-2011) e Rousseff dopo (2011-2016). Negli ultimi due anni, l’ottava economia mondiale è stata retta da una presidenza centrista, il cui sostegno popolare, però, è stato quasi inesistente. Agli oltre 200 milioni di concittadini, Bolsonaro ha promesso proprio la “liberazione dal socialismo”, che nelle sue intenzioni equivale a ridare sicurezza al paese e a tagliare le inefficienze statali, che paralizzano l’economia e rendono difficile fare impresa. Nuovo ministro dell’Economia è Paulo Guedes, ex banchiere molto gradito ai mercati per la sua impostazione “business friendly”. Questi ha promesso la privatizzazione delle 150 entità statali, i cui introiti per le casse pubbliche arriverebbero fino alla bellezza di 1.000 miliardi di real, qualcosa come oltre 250 miliardi di dollari.

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Tra gli asset vendibili sul mercato vi è Petrobras, la compagnia petrolifera dalla produzione giornaliera superiore ai 2,5 milioni di barili e che in borsa vale sui 315 miliardi di dollari, detenuta dal governo per quasi un terzo. Guedes ritiene che tutta Petrobras possa essere privatizzata, mentre Bolsonaro si è detto favorevole al mantenimento di una quota “core” in capo allo stato. Se prevalesse la linea del primo, ai valori odierni il Brasile si ritroverebbe in cassa oltre 100 miliardi, un toccasana per un bilancio gravato da un debito esploso al 75% del pil e che ha chiuso il 2017 con un deficit ancora al 7,8%.

Pensioni e privatizzazioni banco di prova per Bolsonaro

La realtà che Bolsonaro si trova a gestire non è delle migliori. Dopo il boom del primo decennio del nuovo secolo, l’economia brasiliana ha iniziato prima a rallentare e successivamente, a causa anche della sfiducia dei mercati per l’assenza di riforme, a declinare. Il biennio 2015-2016, ad esempio, ha visto il pil contrarsi complessivamente di circa 7 punti e mezzo, mai così male sin da inizio ‘900. Solo la sostituzione in corsa della Rousseff con Temer ha contenuto i danni, con il real ad essersi ripreso dal crollo del tasso di cambio del periodo precedente e i rendimenti sovrani ad essersi di molto ridotti. E negli ultimi mesi, il trend appare positivo sin da settembre, quando la vittoria di Bolsonaro contro il candidato della sinistra estrema iniziava ad essere nell’aria. Da allora, il cambio si è rafforzato di quasi l’8%, mentre il decennale rende quasi 300 punti base in meno e il biennale a quasi -200 punti, rispettivamente ai minimi da oltre 6 anni e da aprile. Nel frattempo, la borsa di San Paolo ha guadagnato più del 15%.

Adesso, dalle parole bisogna passare ai fatti per evitare che la fiducia accordata dai mercati a Bolsonaro sia seguita da un ripiegamento degli indici. La riforma più attesa e anche la più perniciosa riguarda le pensioni, il cui costo a carico dello stato incide per oltre l’8% del pil. Temer ci ha tentato negli ultimi due anni, ma si è scontrato con un Congresso ostile e con proteste di piazza rumorose, gli stessi con cui dovrà fare i conti il nuovo presidente, il quale per governare è costretto ad accordarsi con gli altri partiti di centro-destra. Il contenimento della spesa per pensioni e assistenza rappresenta l’unica vera voce del bilancio aggredibile per risanare i conti pubblici. Quanto agli interessi sul debito, pari al 6% del pil, il governo può fare poco, se non riscuotere la massima fiducia dei mercati per tenere bassi i rendimenti.

E qui, Bolsonaro dovrà cercare di agire per corroborare il circolo virtuoso iniziato dopo l’impeachment del 2016. Attirare i capitali stranieri con buoni propositi riformatori rafforzerebbe ulteriormente il real, che sotto la presidenza Rousseff ha perso oltre la metà del suo valore. A sua volta, un cambio più forte ridurrebbe l’inflazione e ciò aumenterebbe la domanda di titoli di stato in valuta locale, abbassandone i rendimenti e sgravando il bilancio pubblico. Infine, la banca centrale potrebbe tornare a tagliare i tassi, a beneficio sia dell’economia nazionale che ancora una volta dei conti dello stato. Per questo, approfittando anche della pausa probabile sul rialzo dei tassi negli USA, il presidente non potrà deludere su pensioni e privatizzazioni, segnalando ai mercati un cambio di passo atteso da fin troppi anni. Solo così potrà innescarsi quell’accelerazione della crescita, che insieme all’allarme sicurezza e alla rabbia per la corruzione dilagante ha spinto milioni di brasiliani a votare per un candidato considerato praticamente fuori dai giochi fino a pochi mesi fa.

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