Il Brasile ha finalmente il suo Trump, mercati in festa e la ripresa della fiducia è ora possibile

Il Brasile svolta a destra con l'elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza. Il nuovo capo dello stato, chiamato il "Trump tropicale", punta sul rilancio dell'economia fondata sul mercato, sulla lotta alla criminalità dilagante e alla corruzione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile svolta a destra con l'elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza. Il nuovo capo dello stato, chiamato il

E’ finita un’era in Brasile e ne è appena iniziata un’altra. Jair Bolsonaro, 63 anni, è il nuovo presidente della prima economia sudamericana. Ieri, ha vinto nettamente al ballottaggio delle presidenziali, battendo con il 55,5% dei consensi il rivale del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad, che si è fermato al 44,5%, pur in recupero rispetto al 41-42% assegnatogli dai sondaggi dopo il primo turno. Il nuovo capo dello stato ha rivolto un messaggio di ringraziamento ai brasiliani, promettendo loro un Brasile più giusto, non corrotto e finalmente lontani dall’ideologia del comunismo e del socialismo in cui era piombato sin dal 2002, anno in cui vinceva le elezioni Lula, l’ex ciabattino rieletto nel 2006 e succeduto dalla “delfina” Dilma Rousseff, rimossa dall’incarico due anni fa con una procedura di impeachment dopo la tangentopoli che ha travolto negli ultimi 4 anni il Partito dei Lavoratori, così anche gli alleati centristi.

Il Brasile svolta a destra, Bolsonaro galvanizza i mercati

E Bolsonaro ha potuto centrare l’impresa della vita, quando sembrava impensabile fino a pochi mesi fa, essenzialmente per tre ragioni: la delusione dei brasiliani per le condizioni economiche ereditate da 14 anni di sinistra al governo; la diffusa corruzione della politica; la criminalità dilagante. Il Brasile è stato in recessione nel biennio 2015-’16, perdendo circa 7,5 punti di pil in tutto, ma già con l’arrivo della Rousseff alla presidenza era scivolato in una fase di preoccupante stagnazione, a causa sia della contrazione dei prezzi delle materie prime, sia dell’assenza di riforme economiche. La sinistra brasiliana aveva potuto godere del boom delle quotazioni petrolifere, in particolare, con cui aveva finanziato un ampio programma assistenziale, facendo uscire dalla povertà milioni di cittadini, senza mutare, tuttavia, le condizioni di fondo dell’economia. Quando il boom si è sgonfiato e il petrolio è crollato fino a sotto i 30 dollari al barile, i nodi sono venuti al pettine. Si è passati da una crescita quasi cinese alla stagnazione e successivamente si è scivolati nella recessione, mentre il debito pubblico è esploso sopra il 70% del pil e il deficit è salito alla doppia cifra insieme all’inflazione.

Le ragioni della vittoria di Bolsonaro

La corruzione, dicevamo, ha devastato l’immagine del Partito dei Lavoratori, il principale beneficiario delle tangenti pagate ai politici tramite principalmente Petrobrás, la compagnia petrolifera statale guidata proprio dalla Rousseff negli anni incriminati. Lula è finito da alcuni mesi persino in carcere dopo essere stato condannato per il reato di abuso edilizio e per una mazzetta pagata. Tuttavia, anche l’amministrazione centrista uscente di Michel Temer è stata travolta da numerose accuse di corruzione e svariate dimissioni di ministri per indagini a loro carico, così come lo stesso presidente è stato screditato da un audio che proverebbe il pagamento di tangenti in suo favore da parte di due fratelli imprenditori produttori di carne. Bolsonaro, ex militare e deputato al Congresso da 30 anni come oppositore, è stato l’unico leader a non essere stato nemmeno sfiorato da un’indagine e la sua immagine pulita, per quanto spesso criticata per le sue esternazioni considerate omofobe e favorevoli alla dittatura militare del 1964-’85, ne è uscita rafforzata.

Il nuovo presidente ha promesso guerra alla criminalità, un problema molto avvertito dai brasiliani, se è vero che nel 2017 si sono registrati ben 63.800 omicidi, una percentuale rispetto alla popolazione di circa 50 volte superiore a quella dell’Italia e tra le più alte al mondo. Egli propugna la liberalizzazione della vendita delle armi a scopo di difesa, nonché l’assegnazione di maggiori poteri alle forze dell’ordine federali, visto che oggi gran parte dei compiti sono esercitati dalla polizia locale con risultati a dir poco scadenti.

Bolsonaro, definito dalla stampa internazionale il “Trump tropicale” per le sue idee molto simili a quelle del presidente americano, ha ricevuto una telefonata di congratulazioni di quest’ultimo. Egli ha promesso un avvicinamento all’America nelle relazioni internazionali e accordi bilaterali sul piano commerciale con gli altri stati, a parziale smantellamento del Mercosur, l’accordo di libero scambio dell’America Latina, una strategia quest’ultima molto simile a quella messa in campo proprio da Trump per rivedere gli accordi del NAFTA, da poco superati da una intesa bilaterale tra gli USA da una parte e Canada e Messico dall’altra. L’aspetto più interessante della politica economica di Bolsonaro, però, sembra risiedere nella sua volontà di abbattere il deficit e di avviare una nuova fase di privatizzazioni, tra cui di alcune unità di Petrobrás. E il suo consigliere economico, l’ex banchiere ed economista liberale Paulo Guede, ha parlato di riforma delle pensioni quale punto qualificante della nuova amministrazione.

Il Brasile spera ora nel suo Trump

Mercati fiduciosi su Bolsonaro

Bolsonaro non è stato in passato un grande sostenitore del libero mercato, ma la svolta è avvenuta in campagna elettorale, vuoi per l’influenza di Guede, vuoi per attrarre i consensi centristi, che sono arrivati puntualmente. Pur avendo promesso una riforma diversa da quella presentata dall’amministrazione Temer, quella delle pensioni è considerata decisiva dai mercati per valutare il tasso di reale riformismo del nuovo presidente. In effetti, la spesa previdenziale appare fuori controllo e in crescita esplosiva, nonostante l’età relativamente ancora giovane della popolazione brasiliana. In effetti, il cambio tra real e dollaro si è rafforzato già ai massimi dal maggio scorso in area 3,64, segnando un recupero del 13,5% in appena 6 settimane, cioè da quando i sondaggi hanno iniziato a segnalare credibili chance di vittoria per il leader della destra anti-establishment, a tutto discapito della sinistra socialisteggiante. Bene la reazione anche dei bond sovrani: i rendimenti a 10 anni sono scesi nello stesso arco di tempo dal 12,44% al 10,25%, quelli a 2 anni dal 9,5% all’8,3%, in entrambi i casi ai minimi da maggio. La stessa Borsa di San Paolo si è portata ai massimi dal marzo scorso, salendo di quasi il 23% in poco più 3 mesi.

L’economia brasiliana dovrebbe beneficiare del rafforzamento del cambio nei prossimi mesi, attraverso una riduzione dell’inflazione, che si è impennata al 4,5% dalla tarda primavera scorsa, complice lo sciopero imponente dei camionisti contro la liberalizzazione dei prezzi del carburante, nonché proprio in conseguenza di quest’ultima misura, pur parzialmente riposta nel cassetto. Considerando che il tasso d’interesse fissato dalla banca centrale è stato fissato sin dal marzo scorso al 6,50%, vi sarebbe spazio per un allentamento della politica monetaria, nel caso in cui l’inflazione tornasse a ripiegare alle percentuali di inizio anno, ossia sotto il 3%. Sarebbe un sollievo per i conti pubblici e l’economia nazionale, stimolando consumi e investimenti e consentendo a Bolsonaro di esordire alla presidenza con un deficit ancora tendenzialmente calante.

Essenziale sarà muovere i primi passi nella giusta direzione per convincere i mercati che il Brasile meriti nuova fiducia. Solo un suo recupero permetterebbe allo stato di emettere debito a rendimenti più bassi di quelli spropositatamente alti attuali, pur in calo rispetto all’apice toccato all’inizio del 2016. E per non sbagliare, il neo-presidente “populista” dovrà stringere alleanze al Congresso con i centristi, visto che da solo il suo Partito Sociale Liberale con 52 seggi su 513 non disporrebbe di alcuna maggioranza. Anche questo rasserena i mercati finanziari: il nuovo non avanzerà a spese del buon lavoro svolto dall’ultima amministrazione sul piano delle riforme economiche, essendo obbligatorio un coinvolgimento del centro politico “business-friendly” nell’amministrazione Bolsonaro. Ci sarebbero tutte le premesse per un rally azionario e obbligazionario, nonché per un ulteriore apprezzamento del real.

Tonfo del Brasile, stretto da sciopero dei camionisti ed elezioni thriller

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, economie emergenti