Blocco dei licenziamenti per settore, così il governo ingessa l’economia e frena la ripartenza

Il governo Draghi avrebbe trovato un punto di mediazione sul blocco dei licenziamenti, limitandolo ai settori in crisi. E' anche peggio.

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Blocco dei licenziamenti, cosa cambia?

Il governo Draghi è al lavoro per trovare una mediazione tra i partiti della maggioranza e le parti sociali sul blocco dei licenziamenti. Come anticipato dal segretario della Lega, Matteo Salvini, l’idea che attecchirebbe sarebbe di prorogarne la durata dopo il mese di giugno solamente per i settori ancora colpiti dalla pandemia. Il lavoratori di imprese attive nei comparti moda, tessile, turismo e commercio continueranno ad essere protetti. Una soluzione, che eviterebbe nelle intenzioni del governo un boom di licenziamenti in estate, cioè quando ci si attende che il PIL italiano inizi a rimbalzare con l’allentamento delle restrizioni anti-Covid.

Senonché, possibilmente questa soluzione sarebbe un compromesso ai danni dell’economia nazionale. Il blocco dei licenziamenti paralizza le imprese e le costringe a “congelare” i loro progetti per il futuro. Limitandolo ai settori in crisi equivale ad aggravarne le condizioni. In pratica, il governo si starebbe limitando a rimuovere il divieto solamente laddove non siano in vista licenziamenti, mantenendolo altrove. Una legislazione che non ha eguali al mondo e che confonde il ruolo dello stato con quello delle imprese. E’ il primo ad avere il compito di garantire assistenza sociale alle categorie a rischio, non le seconde.

Il rischio di una simile ipotesi consiste nel rallentare la ripartenza, tenendo in agghiaccio pezzi di economia. E a dirla tutta, lo stesso Ministero dell’economia allontanerebbe il timore di un’esplosione dei licenziamenti non appena il divieto verrà rimosso. Se le stime dei mesi passati parlavano di 400 mila posti di lavoro a rischio, adesso scenderebbero a 70 mila. Nei primi 4 mesi dell’anno, ad esempio, risultano essere stati creati 130.000 posti di lavoro al netto delle cessazioni contrattuali.

Nello stesso periodo del 2020, il saldo era stato negativo di 230 mila. Ma siamo ancora su valori dimezzati rispetto al 2019, quando nel primo quadrimestre furono creati 260 mila posti.

Confindustria alza la voce

Confindustria alza la voce contro la proroga del blocco dei licenziamenti voluta dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Contrariamente alle indicazioni arrivate dal Parlamento, l’esponente del PD vorrebbe estenderne la durata fino al 28 agosto per le imprese che facciano richiesta della cassa integrazione Covid-19 entro fine giugno. E chi ne facesse richiesta dall’1 luglio non potrebbe licenziare fino a tutto il periodo di utilizzo.

Sono già 14 mesi abbondanti che le imprese italiane non possono licenziare. La norma eccezionale fu voluta dall’allora governo Conte per tutelare i posti di lavoro nelle settimane del primo “lockdown”. Successivamente, fu estesa a più riprese e con l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Draghi, grossa parte dell’imprenditoria nazionale credeva che il blocco dei licenziamenti sarebbe stato immediatamente soppiantato dal ritorno alla legislazione ordinaria.

Invece, non solo resta vietato licenziare i dipendenti, ma si va avanti anche con la proroga del blocco degli sfratti. E ciò fino al mese di giugno come minimo. Con il Decreto “Sostegni”, è previsto che i proprietari di immobili che abbiano attivato le procedure per mandare via di casa gli inquilini morosi tra il 28 febbraio e il 30 settembre 2020 dovranno aspettare dopo il 30 settembre 2021. Per coloro che abbiano attivato la procedura di sfratto dall’1 ottobre 2020 al 30 giugno 2021, l’attesa si prolunga fino al 31 dicembre 2021. Tutti gli altri potranno iniziare a fare valere i propri diritti da luglio.

Blocco dei licenziamenti e degli sfratti rischioso

Il blocco dei licenziamenti e degli sfratti per alcuni sembrerà naturale, ma non lo è affatto. I diritti di proprietà vengono sospesi nel nome di un’emergenza che continua a restare tale per le restrizioni anti-Covid volute dallo stato. Per fortuna, il numero di contagi e morti giornalieri per causa della pandemia sta crollando. Da qui a poche settimane, potremmo dirci quasi fuori dal tunnel, pur con tutta la prudenza del caso.

Ad ogni modo, questo “modus operandi” del governo è inaccettabile. Poiché si temono contraccolpi sociali pesanti, lo stato vieta alle imprese di comportarsi da tali e ai proprietari degli immobili di far valere i propri diritti.

I rischi di questo prolungamento eccessivo dello stato d’emergenza sono quelli di procrastinare l’incertezza e la crisi, nonché di esacerbare i problemi. Finché le imprese non potranno licenziare, difficilmente assumeranno, né investiranno. Le imprese decotte rimarranno artificiosamente in vita, sostenute a colpi di sussidi e leggi protettive, ma prima o poi dovranno ugualmente sparire dal mercato. E sarebbe meglio che si facesse pulizia prima, anziché procrastinare il clima di incertezza tra famiglie e imprese. Quando lo sblocco arriverà dopo verosimilmente almeno un anno e mezzo, i licenziamenti potrebbe essere così numerosi da risultare non assorbibili dal mercato per chissà quanto tempo.

Allo stesso modo, chi volete che metta a disposizione casa per affittarla, sapendo che l’inquilino non potrebbe essere cacciato nel caso non pagasse il canone? L’emergenza abitativa nelle grandi città rischia di acuirsi e i canoni di locazione di esplodere. Più in generale, il mercato immobiliare risulta colpito dal blocco degli sfratti. Anche in questo caso, i proprietari rinvieranno la valorizzazione degli immobili per quando lo stato non sarà tornato a legiferare normalmente.

La deriva pericolosa dell’Italia

C’è chi pensa che il blocco dei licenziamenti e degli sfratti tuteli i più deboli in una fase così critica come quella che stiamo vivendo. Tutt’altro. Esso rischia di spingere anche le imprese sane a chiudere per l’impossibilità di fare ordine al loro interno e di rilanciarsi dopo la pandemia. E’ come se l’Italia fosse stata “congelata” al marzo 2020, quando fu imposto il primo “lockdown”. Da allora, siamo rimasti paralizzati come Paese, vuoi dalla paura, vuoi anche da una legislazione che ha trasformato l’emergenza in un “way of life”.

Come se dopo decenni di tagli alla spesa, aumenti delle tasse e timide liberalizzazioni del mercato, il legislatore si fosse pentito e avesse approfittato della pandemia per riprendersi tante soddisfazioni, riconciliandosi con il modo di ragionare profondo del sistema-Paese.

Il paradosso di quanto sta accadendo è che i sindacati dei lavoratori da un lato e i rappresentati degli inquilini dall’altro non trovino di meglio che polemizzare rispettivamente con imprese e governo, rei le prime di pretendere la fine del blocco dei licenziamenti e il secondo di avere prorogato quello degli sfratti per troppo poco tempo. Faranno pure il loro mestiere, ma viviamo in un clima surreale, dove chi alza la voce ed è mediaticamente ben organizzato riesce a sospendere i diritti altrui, facendoli passare per privilegi insostenibili. Attenti alla deriva di questo modo di ragionare, in primis della politica. In ogni stato in cui i diritti di proprietà sono stati violati, inizialmente in misura limitata e in via eccezionale, non è mai finita bene. Da ultimo, nel Venezuela “chavista”.

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