Apple e la sede nell’isola UK per non pagare le tasse

Apple nel mirino dell'inchiesta giornalistica internazionale per l'uso dei paradisi fiscali al fine di non pagare le tasse. Ma la società di Tim Cook non ha fatto alcunché di illegale.

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Apple nel mirino dell'inchiesta giornalistica internazionale per l'uso dei paradisi fiscali al fine di non pagare le tasse. Ma la società di Tim Cook non ha fatto alcunché di illegale.

Si chiama “Paradise Papers” e sta mettendo all’indice decine di personalità famose di tutto il mondo, compresi uomini dell’amministrazione Trump e la Regina Elisabetta II, pizzicati a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. L’ultima “vittima” illustre dei 13,4 milioni di documenti pubblicati dal consorzio internazionale di 90 testate giornalistiche è Apple, che proprio la settimana scorsa ha lanciato l’ultima attesissima novità del suo catalogo di prodotti, l’iPhone X. La società guidata da Tim Cook e che fu di Steve Jobs è da anni al centro di indagini per la sua peculiare struttura finanziaria. Formalmente, le vendite all’estero vengono appioppate a due enti del gruppo: Apple Sales International e Apple Operations International. Quest’ultimo gestisce sui 210 dei 252 miliardi di liquidità che la società-madre detiene all’estero. (Leggi anche: Ecco i migliori paradisi fiscali del 2017)

Che cos’è successo? Alla fine del 2013, la Commissione europea ha acceso i fari sulla cosiddetta “Double Irish”, un’architettura finanziaria che ha consentito a Cupertino di pagare a Dublino appena lo 0,005% di imposte sugli utili dichiarati. Tale vantaggio fu dichiarato illegittimo da Bruxelles, che l’anno scorso ha condannato Apple a versare al fisco irlandese 13 miliardi di tasse arretrate, una mossa che ha creato frizioni con Dublino, che ha puntato per la sua crescita economica su una tassazione leggera.

Apple con sede in un’isola sperduta

Tra gli inizi del 2015 e il 2016, Apple spostava le suddette due entità controllate nell’isola di Jersey, che si trova tra Francia e Regno Unito e che giurisdizionalmente appartiene al secondo. Qui, la tassazione sulle imprese è inesistente. E così, nell’anno fiscale 2017, a fronte di 44,7 miliardi di dollari di utili maturati al di fuori degli USA, la società ha versato ai governi stranieri appena 1,65 miliardi, il 3,7%, una percentuale nettamente inferiore all’aliquota del 12,5% vigente in Irlanda, tra le più basse al mondo, paradisi fiscali esclusi. Ad oggi, la “corporate tax” americana è del 35%, anche se l’amministrazione Trump ha appena presentato un piano per tagliarla al 20% dall’anno prossimo.

E dire che dinnanzi al Congresso americano, Cook si adirò dinnanzi alle domande che gli furono poste a proposito della presunta elusione fiscale operata dal colosso da lui guidato, sostenendo che Apple paghi ogni centesimo di tasse dovuto. In effetti, formalmente ha ragione lui. I documenti pubblicati dal consorzio giornalistico non proverebbero alcuna illegalità di Cupertino, che resta anzi il principale contribuente mondiale con circa 35 miliardi di dollari di tasse pagate negli ultimi tre anni. (Leggi anche: Tasse Apple, UE vuol punire i suoi nemici)

La “guerra” sotterranea tra USA ed Europa

Le società americane, si stima, detengono 2.500 miliardi di dollari all’infuori degli USA. Denaro, in gran parte non rimpatriato per evitare il pagamento dell’aliquota del 35%, che sarebbe anche tra le più alte per le economie avanzate. L’amministrazione Trump punta a una imposta una tantum del 10-15% per attirare tali capitali, riportandoli negli USA. Si stima che il 35% di tale liquidità sarebbe detenuta in appena tre stati: Olanda, Irlanda e Isole Bermuda, che messe insieme rappresentano appena lo 0,3% della popolazione mondiale. In tutto, nei paradisi fiscali si troverebbero capitali per 7.800 miliardi, qualcosa come tre volte il pil italiano.

E il dibattito sulla tassazione dei profitti delle multinazionali s’intensifica negli ultimi tempi, specie in Europa, dove i colossi della Silicon Valley, giovandosi anche della loro peculiare caratteristica di offrire servizi non facilmente localizzabili, non versano praticamente nulla al fisco. Italia, Francia, Germania e Spagna hanno chiesto di recente alla Commissione europea di mettere mano a una cosiddetta “webtax” e proprio Roma si è portata avanti con il lavoro, introducendo una prima forma di tassazione sui giganti di internet, a decorrere dall’anno prossimo. L’ipotesi più in voga tra le cancellerie europee sarebbe di imporre un’aliquota relativamente bassa (5-10%) sul fatturato e non sugli utili, poiché il primo sarebbe più facilmente calcolabile. (Leggi anche: Perché la webtax è un pessimo affare per gli utenti europei)

Tuttavia, sulle tasse a carico della Silicon Valley si è scatenata una “guerra” sotterranea tra Bruxelles e Washington, con gli USA a percepire da tempo le mosse europee come un subdolo tentativo di contrastare le grandi società americane. D’altra parte, anche l’apertura di indagini federali sul caso dieselgate per la tedesca Volkswagen di due anni fa fu accolta dalle istituzioni comunitarie quale forma di ritorsione dell’America per le reiterate multe comminate da Bruxelles contro i giganti internazionali a stelle e strisce. Il maxi-taglio delle tasse sulle imprese voluto dal presidente Donald Trump non farebbe che accrescere le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico, con tedeschi e francesi in primis a intravedere il rischio di una fase più accesa di concorrenza fiscale.

 

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