Tasse Apple: UE vuol punire i suoi “nemici”

Il caso Apple non è frutto del caso, ma arriva in una fase di tensioni tra Europa e USA da un lato e tra Londra e Bruxelles dall'altro. L'Irlanda è nel mirino della UE per la sua tassazione competitiva.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il caso Apple non è frutto del caso, ma arriva in una fase di tensioni tra Europa e USA da un lato e tra Londra e Bruxelles dall'altro. L'Irlanda è nel mirino della UE per la sua tassazione competitiva.

La Commissione europea ha intimato alla società americana Apple di pagare all’Irlanda 13 miliardi di euro di tasse dovute nel decennio precedente al 2013, anno in cui Bruxelles ha acceso i fari sulla generosa politica fiscale accordata da Dublino a Cupertino.

Secondo il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, Apple dovrà restituire al governo irlandese i 13 miliardi di benefici fiscali goduti nei 10 anni, durante i quali ha versato mediamente meno dell’1% degli utili maturati dalle vendite in Europa, arrivando a un’aliquota minima dello 0,005% nel 2014. Con ironia, la Vestager ha aggiunto che “al posto di Apple, se avessi ricevuto una cartella così bassa da pagare, l’avrei guardata due volte”.

Bruxelles fa sapere che spetta solo all’Irlanda fare ricorso contro la decisione, mentre gli altri paesi della UE potranno decidere di farsi pagare dalla creatura di Steve Jobs il monte-tasse, che la società avrebbe dovuto versare loro, se non avesse goduto della struttura fiscale di favore accordatagli da Dublino. Gli eventuali importi riscossi dagli altri governi saranno scalati dai 13 miliardi di tasse, che l’Irlanda è tenuta a riscuotere altrimenti per intero. Lo stesso dicasi per gli importi eventualmente investiti dalla società negli USA per fini di ricerca e sviluppo.

Molte società USA sfuggono a fisco oppressivo

Apple gode di particolari benefici fiscali in Irlanda, paese in cui ha la sua sede fiscale, occupando 5.500 dipendenti. Cupertino cerca così di sfuggire all’aliquota del 35% sugli utili delle imprese, applicata negli USA. Grazie a questo stratagemma, la società detiene 187 miliardi di dollari di liquidità all’estero, un sesto del totale detenuto off-shore dalle imprese americane.

La società più capitalizzata al mondo per un valore di oltre 700 miliardi di dollari versa al fisco irlandese molto di meno della già bassa aliquota del 12,5% prevista dal paese. Nel commentare l’annuncio, la Vestager ha tenuto a precisare che i suddetti 13 miliardi non sono una multa, bensì tasse non pagate e dovute.

 

 

 

Irlanda accusata di essere paradiso fiscale

Da anni, tra Dublino e Bruxelles vi è profonda discordia sulla struttura delle tasse della prima, che gli altri paesi europei giudicano un “paradiso fiscale”, mentre il governo irlandese ha sempre fermamente difeso la libertà di decidere la quantità di imposte da far pagare alle imprese.

Grazie alla sua tassazione leggera, l’Irlanda è sede di numerose multinazionali, tra cui Facebook, che sfruttano la convenienza di una sede fiscale a Dublino. E proprio per questa sua vocazione finanziaria, l’Irlanda è riuscita a riprendersi velocemente dalla crisi del debito sovrano esplosa tra il 2010 e il 2011, tanto che i suoi bond oggi più appetibili di quelli di paesi come l’Italia, che pure non hanno mai richiesto alcun salvataggio. Lo scorso anno, il pil del paese celtico è cresciuto di uno strabiliante 26%.

Un colpo a Irlanda, USA e UK

La mano pesante di Bruxelles contro Apple non sarebbe frutto del caso. I commissari sono da tempo in lotta contro le multinazionali americani. Si veda a tale proposito il caso Microsoft. La recrudescenza dei rapporti commerciali, come testimonia anche il percorso sempre più incidentato del TTIP, sembra coincidere con lo scandalo dieselgate di Volkswagen, a sua volta la spia di una possibile “guerra” commerciale sotterranea tra USA ed Europa.

In un solo colpo, la UE intende segnalare agli USA di essere disposta a imbarcarsi in una vera avventura bellica; all’Irlanda, che dovrà modificare la sua legislazione fiscale in direzione meno accomodante verso le società straniere, in modo da attenuare la concorrenza su questo versante con le grandi economie europee (Germania e Francia); al Regno Unito, infine – che dopo la Brexit ambisce sia a conservare l’accesso al mercato comune, sia anche a rendersi più allettante per i capitali stranieri con una tassazione più leggera – che dovrà “giocare con le proprie regole”, per utilizzare un’espressione utilizzata dallo stesso commissario.

 

 

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economie Europa