Perché la webtax è un pessimo affare per gli utenti europei

La webtax contro i giganti del web sembra una idea corretta, ma avrebbe implicazioni negative per la nostra stessa economia. Ecco perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La webtax contro i giganti del web sembra una idea corretta, ma avrebbe implicazioni negative per la nostra stessa economia. Ecco perché.

L’economia digitale ha messo in crisi il modello di tassazione attuale negli stati. Ne è riprova l’accordo a quattro della settimana scorsa tra i ministri delle Finanze di Italia, Francia, Germania e Spagna, che puntano a portare alla riunione Ecofin di Tallinn di venerdì e sabato prossimi una proposta per cercare di fare pagare un minimo di tasse ai giganti della rete, partendo da Google. E’ stata ribattezzata “webtax” e secondo i proponenti, essa consentirebbe agli stati europei di introitare diversi miliardi di euro all’anno, quando ad oggi le entrate fiscali derivanti dai versamenti dei colossi di internet rasentano lo zero, rappresentando una percentuale pari a solo qualche decimale di punto rispetto al fatturato prodotto sui nostri mercati. (Leggi anche: Webtax in arrivo; cos’è, come funziona e perché suscita grandi dubbi)

Affinché la proposta si traduca in atto concreto, però, servirà l’appoggio di tutti gli altri stati UE. Sarà difficile, tuttavia, raggiungere l’unanimità, visto che l’Irlanda, anzitutto, avrebbe tutto l’interesse a boicottare una misura, che metterebbe in crisi il suo status di economia dalla tassazione ultra-leggera, essendo divenuta da un ventennio a questa parte sede di quasi tutte le multinazionali, grazie alla bassa imposizione fiscale sugli utili.

La querelle tra UE e Irlanda

Dublino è stata richiamata dalla Commissione europea nei mesi scorsi a riscuotere da Apple oltre 13 miliardi di euro di tasse arretrate, che secondo Bruxelles sarebbero dovute, ma che Cupertino avrebbe evitato di pagare per via di un accordo con il governo irlandese, ritenuto illegittimo e che andrebbe a detrimento delle casse statali degli altri membri UE. L’Irlanda applica un’aliquota del 12,5% sugli utili delle imprese, quando in Italia si attesta al 27% e nelle altre principali economie europee si aggira mediamente sopra il 20%. Quando la tigre celtica fu piegata dalla crisi finanziaria nel 2011, la Troika (UE, BCE e FMI) ne approfittò per chiedere che la tassazione sulle imprese fosse innalzata, ma il governo di Dublino fece resistenza, difendendo un modello economico, che finora ne ha segnato il successo. (Leggi anche: Tasse Apple, UE vuole punire i suoi nemici)

Con la webtax, cambierebbero parecchie cose. Per prima cosa, come si legge nel documento firmato dai quattro paesi, si passerebbe da un sistema fiscale centrato sulla residenza a uno in cui le tasse sarebbero pagate dove il fatturato viene prodotto. Saremmo, quindi, dinnanzi a un passaggio storico, come riconoscono gli stessi firmatari, in quanto l’economia digitale, abbattendo le frontiere tra gli stati, avrebbe reso obsoleto e insostenibile un sistema di tassazione, che per il nostro ministro Pier Carlo Padoan metterebbe a rischio la tenuta sociale dell’Europa.

In teoria, che una società venga tassata in un paese per il fatturato ivi maturato sarebbe persino logico. Se Google ricava qualche miliardo all’anno in Italia, non si vedrebbe perché le tasse debba pagarle in Irlanda, pur essendo nei fatti una società americana con sede nella Silicon Valley. Come spesso capita, però, il passaggio dalla teoria alla pratica nasconde più di un’insidia. Vediamo quali.

Perché la webtax sarebbe una pessima idea

Tassando i giganti della rete in ogni singolo stato europeo in cui maturano parte del loro fatturato, pur con aliquote minime attese nell’ordine del 5%, i costi di erogazione dei medesimi servizi s’innalzerebbero. Da qui, un possibile aumento dei prezzi praticati alla clientela o un taglio degli investimenti, che a sua volta provocherebbe un rallentamento nei processi di avanzamento tecnologico. In altre parole, se Google, Amazon, Facebook, Twitter, Apple, etc., dovessero pagare le tasse ai vari stati UE sulla base degli utili ivi maturati, perderebbero svariati miliardi, che finirebbero nelle casse dei suddetti governi. Il risultato sarebbe, però, minori investimenti possibili per via dei minori utili registrati, ma anche prezzi maggiori per l’utenza finale, a fronte di benefici risibili per i contribuenti degli stessi stati. Immaginate cosa cambierebbe se l’Italia introitasse ogni anno mezzo miliardo in più di tasse. Cambierebbe qualcosa di concreto nelle vite di noi cittadini? (Leggi anche: I 5 colossi di Wall Street, 3000 miliardi di valore)

Altra ragione essenziale per guardare con molta preoccupazione alla cosiddetta webtax consiste nel fatto che essa andrebbe nella direzione di omogeneizzare i livelli di tassazione sulle imprese verso l’alto, abbattendo la concorrenza fiscale. Se la bassa tassazione in Irlanda o nel Lussemburgo o a Malta non diventa più un problema per le altre economie europee, visto che queste imporrebbero un’aliquota minima sul fatturato maturato nei propri confini dalle multinazionali, verrebbe meno anche l’incentivo a tagliare le aliquote sugli utili delle imprese, tendenza in atto da anni persino in stati come Germania e Italia, al fine di non soccombere alla concorrenza di altri paesi.

In sostanza, la webtax sarebbe il viatico per preservare lo status quo e mantenere quanto più prossimi a quelli attuali i livelli di tassazione. Tant’è che nei mesi scorsi, su impulso del presidente francese Emmanuel Macron, si è parlato apertamente a Bruxelles di un’aliquota unica sui profitti corporate, mentre la stessa UE ha messo in guardia il Regno Unito dal tagliare le proprie tasse sulle imprese con la Brexit, perché il passo sarebbe percepito come la volontà di portare avanti contro l’Europa una concorrenza “sleale”. Dunque, alla base della tassazione dei profitti di colossi come Google si cela il tentativo di reagire alla riduzione tendenziale della corporate tax nel mondo.

Infine, non dobbiamo dimenticare che la Silicon Valley, per quanto da europei possiamo guardarla con apprensione e un pizzico di invidia, assurge a simbolo del successo frutto della meritocrazia. In essa, decine di migliaia di lavoratori altamente qualificati di ogni angolo del mondo danno ogni giorno il meglio di sé, riuscendo a mettere a frutto le proprie conoscenze in un ambiente competitivo, stimolante e business friendly, quando non potrebbero fare lo stesso nei rispettivi paesi di origine. Tassare Google o Facebook, in altre parole, non significa spuntarla contro gli americani, ma danneggiare le nostre stesse intelligenze, che a a casa nostra non sarebbero mai sfruttate. Sarebbe come imporre una tassa sul successo, sull’intelligenza, sullo studio, sul progresso tecnologico. Tutti fattori che finiscono per stimolare anche le nostre economie, pur indirettamente. (Leggi anche: Guerra Commissione UE contro Silicon Valley)

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Argomenti: austerità fiscale, Economia Europa, Social media e internet

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