Quanto durerà il conflitto in Iran con USA e Israele? Nessuno è oggi in grado di rispondere a questa domanda. Quando le guerre iniziano, non si sa come e quando finiscono. E la storia è piena di “guerre lampo”, che si sono rivelate tutt’altro che tali. La pace sembra lontanissima nei toni dei due principali contendenti, eppure può arrivare da un momento all’altro per puro calcolo legato alle ragioni dell’economia.
Pace in Iran presto o rischi per economia globale
I prezzi di petrolio e gas stanno esplodendo e questo non giova di certo agli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump sta impostando sin dal suo ritorno alla Casa Bianca tutta una sua strategia per ottenere tagli ai tassi di interesse.
Malgrado l’evidente contrasto con le sue politiche commerciali e l’indebolimento del dollaro, l’obiettivo sembra quasi alla portata grazie al calo dell’inflazione al 2,4% a gennaio. Tuttavia, i fatti di questi giorni rimettono in discussione tutto. Un grosso rischio politico per il tycoon a ridosso delle elezioni di metà mandato a novembre. Gli americani votano con le tasche e tra caro carburante e tassi alti potrebbero affidarsi ad una maggioranza democratica al Congresso.
Teheran tra tattica negoziale o vendetta
L’economia in Iran già era a pezzi in tempi di relativa pace, figuratevi adesso. L’inflazione ad ottobre (ultimo dato disponibile) sfiorava il 50% e a fine dicembre le proteste esplosero tra i commercianti del bazar di Teheran, frustrati dal collasso del cambio. Al regime ormai in mano ai pasdaran con l’uccisione dell’ayatollah Khamenei non conviene bloccare lo Stretto di Hormuz.
La loro primaria fonte di entrate è data dal petrolio, senza le cui esportazioni resterebbero a corto di dollari. Per Teheran l’analisi benefici-costi di una simile opzione è complicata: se chiudono il transito alle petroliere, infliggono grossi danni all’intera economia mondiale e spingono l’opinione pubblica occidentale a rivoltarsi contro l’appoggio dei loro governi all’attacco di USA-Israele. Ma senza petrolio, il collasso della Repubblica Islamica sarebbe questione di pochissime settimane.
USA tentati da Khark
Anche gli americani stanno valutando questo calcolo. L’isola di Khark ospita una raffineria, dove viene processato il 90% del greggio iraniano. Se l’impianto fosse distrutto o reso irraggiungibile, l’Iran non potrebbe più monetizzare dalle estrazioni petrolifere. Ciò ne provocherebbe il collasso molto presto, ma spingerebbe Teheran a giocarsi il tutto e per tutto in un impeto di disperazione. Attaccherebbe le infrastrutture energetiche dei rivali nel Golfo e renderebbe lo Stretto intransitabile. Petrolio e gas volerebbero al punto da mandare in crisi la stessa economia occidentale, americana compresa.
Sopravvivenza al potere fondamentale per regime dei pasdaran
I pasdaran stanno cercando di capire se scegliere tra sopravvivenza politica e ragioni dell’economia. Essi sono a capo di un agglomerato di aziende statali, che di fatto contribuiscono per metà del Pil. L’economia persiana è da decenni una sorta di mercato militarizzato, fortemente corrotto e inefficiente.
Gli USA puntando a vincere nel più breve tempo possibile, minimizzando l’impatto sulla loro economia. Soltanto un punto di incontro tra opposte esigenze riuscirebbe ad avvicinare la pace in Iran. Quale sarebbe?
Se gli USA vogliono evitare la chiusura dello Stretto, devono concedere all’Iran di esportare il petrolio. Nel caso contrario, questi non avrebbe alcun vantaggio a far transitare le navi. Ma i pasdaran non possono accettare l’obiettivo del “regime change”. Messi spalle al muro, opterebbero per preservare il loro potere, anche a scapito dell’economia. Stringerebbero i denti per qualche mese al massimo, nella convinzione che il nemico fosse costretto a cedere prima.
Pace in Iran possibile per ragioni di economia
E se gli USA rinunciassero proprio al “regime change”? Già visto in Venezuela, dove la cattura di Nicolas Maduro è stata seguita dall’arrivo alla presidenza della sua vice Delcy Rodriguez con tanto di “benedizione” a stelle e strisce. Il “chavismo” è rimasto al potere, ma ha smesso di perseguire obiettivi di politica internazionale in contrasto con gli USA o direttamente a loro ostili. Qualcosa di simile verrebbe replicato in Iran: accordo di pace in cambio di un nuovo ayatollah non ostile all’Occidente o un assetto che faccia restare in sella gli islamisti senza che questi osino mettere naso negli affari fuori casa e purché rinuncino al programma di arricchimento dell’uranio. Contenere i danni per l’economia americana è l’obiettivo apparentemente principale per l’amministrazione Trump. Mantenere il potere lo è per la seconda generazione dei rivoluzionari islamisti a Teheran.
giuseppe.timpone@investireoggi.it