Ormai è un argomento molto comune quello che riguarda le pensioni erogate dall’INPS con richiesta di restituzione delle somme. Pensioni collegate ai redditi, o prestazioni assimilabili come l’Assegno Sociale, sono spesso al centro di queste situazioni.
Si tratta di trattamenti che finiscono nel mirino dell’Istituto con richieste di restituzione di importi già erogati. Prima di tutto, però, bisogna capire di cosa si tratta davvero e perché esistono prestazioni che cambiano importo in base al reddito del beneficiario o del suo nucleo familiare.
Tra queste, l’Assegno Sociale è senza dubbio la più rilevante: una prestazione destinata agli over 67 privi di pensione, strettamente legata ai redditi sia per il diritto che per il calcolo.
Ed è proprio il reddito da considerare che spesso genera discrepanze interpretative, con esiti opposti: da un lato l’obbligo di restituzione, dall’altro casi in cui il beneficiario non deve restituire nulla. Due recenti ordinanze della Cassazione aiutano a fare chiarezza, pur senza eliminare ogni dubbio.
Come si abbassa la pensione se sale il proprio reddito e quando si devono restituire i soldi all’INPS
L’Assegno Sociale è una sorta di pensione assistenziale erogata a chi non ha contributi sufficienti per la pensione di vecchiaia e possiede redditi inferiori ai limiti previsti.
Quando il reddito aumenta, l’importo dell’assegno diminuisce. Se si superano le soglie, la prestazione viene sospesa.
Nel 2026, l’importo massimo è pari a 546,24 euro al mese, cioè 7.101,12 euro annui.
Facciamo un esempio:
un soggetto percepisce l’Assegno Sociale dal 2024 perché nel 2023 non aveva redditi. Nel 2024 riceve però 2.000 euro da lavoro autonomo occasionale.
Nel 2025, l’INPS considera quei 2.000 euro e riduce l’assegno di pari importo annuo (circa 153 euro al mese).
Anche se nel 2025 il reddito torna a zero, ciò non rileva immediatamente.
Questo perché, in sede amministrativa, l’INPS utilizza i redditi dell’anno precedente per calcolare la prestazione in corso.
In pratica:
- nel 2026 si percepisce l’importo pieno solo se nel 2025 il reddito era zero;
- se il beneficiario non comunica tempestivamente le variazioni, può continuare a percepire importi non dovuti;
- successivamente, l’Istituto può chiedere restituzioni o applicare tagli.
La situazione cambia però quando si arriva davanti a un giudice: qui contano i redditi dell’anno in corso, non quelli precedenti.
Le decisioni della Cassazione e cosa mettono in luce
Non sono rari i casi in cui l’Assegno Sociale viene revocato completamente per redditi elevati percepiti in anni precedenti.
Ad esempio, un beneficiario che nel 2025 ha incassato 10.000 euro di affitto potrebbe aver continuato a percepire l’assegno nello stesso anno, perché per l’INPS contava ancora il reddito 2024.
Nel 2026, però, quel reddito diventa determinante:
- l’assegno può essere sospeso;
- può scattare la richiesta di restituzione delle somme percepite.
La Cassazione, con l’ordinanza n. 8170/2026, ha chiarito che:
- in sede amministrativa si considerano i redditi dell’anno precedente;
- in sede giudiziaria rilevano invece i redditi dell’anno in corso.
Con l’ordinanza n. 8172/2026, i giudici introducono un altro elemento decisivo: il dolo del beneficiario.
In sostanza, per chiedere la restituzione delle somme, l’INPS deve dimostrare che il beneficiario fosse consapevole dell’aumento del proprio reddito e dell’effetto su diritto e importo della prestazione.
Se l’aumento è rilevante e evidente, difficilmente il beneficiario potrà sostenere di non essersene accorto.
Al contrario, in presenza di incrementi reddituali modesti, la mancata comunicazione non dovrebbe automaticamente comportare l’obbligo di restituzione.
In definitiva, la questione ruota attorno a due elementi chiave:
- come vengono considerati i redditi (anno precedente o in corso);
- il grado di consapevolezza del beneficiario rispetto alla propria situazione economica.