I 67 anni di età, almeno fino alla fine del 2026, rappresentano per molti italiani il raggiungimento della cosiddetta età pensionabile. Ma cosa significa realmente questa espressione?
In linea generale, si tratta dell’età necessaria per accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria. Tuttavia, non sempre il semplice raggiungimento dell’età anagrafica è sufficiente per ottenere il pensionamento.
Oltre all’età, infatti, è necessario soddisfare ulteriori requisiti che possono variare in base alla posizione contributiva del lavoratore. Senza il rispetto di tutte le condizioni previste dalla normativa, la pensione non può essere riconosciuta.
Ad esempio, avere 18 anni di contributi non consente di accedere alla pensione di vecchiaia, poiché non viene raggiunto il requisito contributivo minimo richiesto.
Ma in alcuni casi può accadere che non siano sufficienti nemmeno 20 anni di versamenti.
«Buonasera, compirò 67 anni a novembre. Sono un’ex lavoratrice di un supermercato, dove ho lavorato dal 1993 al 2011 maturando complessivamente 18 anni di contributi. Quali possibilità ho di andare in pensione a novembre?»
«Mi chiamo Giovanna, compirò 67 anni a settembre e vorrei capire se potrò andare in pensione nel 2026 dopo aver versato 22 anni di contributi. Ho però un dubbio legato alla mia situazione lavorativa: ho sempre lavorato part-time, con stipendi compresi tra 500 e 700 euro al mese. Ho letto che esiste un requisito minimo relativo all’importo della pensione e temo che, avendo percepito retribuzioni basse, il mio assegno possa risultare insufficiente. Rischio di dover continuare a lavorare?»
Che pensione prendo a 67 anni con 18 anni di contributi?
Raggiungere l’età pensionabile e poter finalmente lasciare il lavoro è un obiettivo comune a moltissimi contribuenti.
Proprio per questo è facile immaginare la delusione di chi, pur avendo raggiunto i 67 anni, scopre di non poter accedere alla pensione.
I quesiti riportati dimostrano come siano numerosi i lavoratori con carriere contributive discontinue o relativamente brevi. Una situazione che riguarda spesso le donne, molte delle quali hanno dovuto sacrificare parte della propria attività lavorativa per dedicarsi alla famiglia, ai figli o all’assistenza dei propri cari.
Anche se si parla comunemente di età pensionabile, per ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni è necessario soddisfare anche il requisito contributivo minimo.
La regola generale prevede infatti almeno 20 anni di contributi. Senza il raggiungimento di questa soglia, salvo alcune particolari deroghe previste dalla normativa, non è possibile accedere alla pensione di vecchiaia.
Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 esiste inoltre un ulteriore requisito: l’importo della pensione maturata deve essere almeno pari all’assegno sociale.
Di conseguenza, in alcuni casi, anche il possesso di 20 anni di contributi potrebbe non essere sufficiente per ottenere il pensionamento.
La scialuppa di salvataggio si chiama assegno sociale
È proprio l’assegno sociale che, in determinate situazioni, può rappresentare l’unica soluzione per ricevere una prestazione economica dall’INPS al compimento dei 67 anni.
Va precisato che non si tratta di una pensione, bensì di una prestazione assistenziale riconosciuta a chi si trova in condizioni economiche particolarmente svantaggiate.
Per molte persone che non riescono a maturare il diritto alla pensione di vecchiaia, l’assegno sociale rappresenta quindi una vera e propria rete di protezione.
Le due lettrici citate negli esempi precedenti rientrano proprio tra i casi che potrebbero incontrare difficoltà nell’accesso alla pensione ordinaria.
La prima lavoratrice non raggiunge il requisito minimo dei 20 anni di contributi, essendosi fermata a 18 anni di versamenti.
La seconda, pur avendo superato la soglia minima contributiva con 22 anni di contributi, potrebbe avere difficoltà a soddisfare il requisito economico richiesto alle lavoratrici interamente contributive, qualora l’importo della pensione risultasse inferiore a quello dell’assegno sociale.
In entrambe le situazioni, l’alternativa potrebbe essere proprio l’assegno sociale.
Per ottenerlo, però, è necessario rispettare specifici limiti reddituali. Il beneficio spetta infatti ai soggetti che dispongono di redditi inferiori all’importo annuo dell’assegno sociale oppure, nel caso dei coniugati, inferiori al doppio di tale importo.
Nel 2026 l’assegno sociale ammonta a 546,24 euro al mese, pari a 7.101,12 euro annui.
Bisogna ricordare che l’importo pieno è riconosciuto soltanto a chi non possiede alcun reddito. In presenza di redditi inferiori alle soglie previste, l’assegno viene ridotto proporzionalmente fino ad azzerarsi al superamento dei limiti stabiliti dalla normativa.
Per questo motivo, chi si avvicina ai 67 anni senza aver maturato una posizione contributiva adeguata dovrebbe verificare con attenzione la propria situazione previdenziale e assistenziale, così da individuare per tempo la soluzione più adatta al proprio caso.
