Per la prima volta dal giugno del 2021, cioè ben prima che iniziasse la guerra tra Russia e Ucraina, il cambio tra euro e dollaro sfonda nuovamente il rapporto di 1,20. Un breakout che anticipa un movimento atteso da qualche analista per il prosieguo di quest’anno. E’ avvenuto a poche ore di distanza dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha commentato entusiasta la caduta del biglietto verde. Questi ha perso nella seduta di ieri l’1,5% contro la media delle principali valute mondiali, cosa che non accadeva dall’annuncio dei dazi dell’aprile scorso.

Cambio euro dollaro in rialzo piace a Trump
“E’ fantastico” e “il dollaro sta andando alla grande”, ha detto il tycoon.
Parole che potrebbero sembrare paradossali, considerato che il cambio medio ponderato sia sceso ai livelli più bassi di fine 2021. La verità è che alla Casa Bianca un dollaro debole piace, perché consente agli Stati Uniti di riequilibrare la propria bilancia commerciale. Sulla prima economia mondiale pesa da decenni un cambio forte, che rende le esportazioni poco competitive e le importazioni a basso costo. Questo dato ha contribuito alla quasi scomparsa della manifattura sul suolo americano.
Impatto sull’Eurozona
La risalita del cambio tra euro e dollaro può assumere una doppia valenza per l’Eurozona. Da un lato, riduce le pressioni inflazionistiche e rende più facile il compito della Banca Centrale Europea (BCE) nel perseguire la stabilità dei prezzi. Per noi un dollaro debole significa importazioni più economiche, per cui una riduzione dei costi per i consumatori. Tuttavia, rende più difficili le nostre esportazioni. Ed è questo che preoccupa. Il boom del cambio non riflette fondamentali macro solidi in Europa. E’ più il riflesso di quanto sta accadendo negli Stati Uniti.
Questo trend può portare ad un indebolimento della congiuntura. Economie come Germania e Italia dipendono dalle esportazioni. Berlino non può permettersi un altro anno di mancata crescita dopo due di recessione uno di stagnazione consecutivi. Ecco perché Francoforte può trovarsi costretta, ad un certo punto durante l’anno, a tornare a tagliare i tassi di interesse per non soccombere. In questo modo, indebolirebbe il cambio tra euro e dollaro o, perlomeno, impedirebbe una sua ulteriore ascesa.
Pesano FED, dazi e debito
A cosa si deve questa caduta del dollaro? Le stesse dichiarazioni di Trump confermano quanto sappiamo dal suo reinsediamento: il governo americano punta esplicitamente ad indebolire il cambio per rilanciare le esportazioni. I mercati non possono ignorare i segnali che arrivano dalla Casa Bianca e al contempo si mostrano preoccupati per una possibile svolta iper-accomodante alla Federal Reserve. Trump sarebbe in procinto di nominare il successore di Jerome Powell, il cui mandato scade a maggio. C’è la sensazione che scelga una “colomba” come Stephen Miran per ottenere il taglio dei tassi con cui finanziare le emissioni di debito a basso costo.
Più in generale, la crisi del dollaro è conseguente al cambio dei paradigmi in corso nella prima economia mondiale. Dopo avere sostenuto una politica dei mercati aperti per decenni, adesso Washington piccona la globalizzazione a colpi di dazi e stracciando i vecchi accordi commerciali. Persino gli alleati storicamente più vicini come l’Europa puntano ad allentare la dipendenza sul piano economico e militare. Cresce nel mondo la voglia di rendersi più autonomi dalla superpotenza e dalla sua valuta. Ci sono, infine, le preoccupazioni circa i 38.600 miliardi di dollari di debito USA, alimentato da disavanzi fiscali sempre più giganteschi. Ad approfittarne, tuttavia, non è l’euro, se non marginalmente e in linea con le altre divise principali. Sono i metalli preziosi a correre e a segnalare una generale perdita della fiducia verso le monete fiat.
giuseppe.timpone@investireoggi.it