Un’asta tecnicamente fallita, cioè rimasta scoperta per carenza di compratori. E’ accaduto in Germania nella giornata di mercoledì, quando il Tesoro tedesco ha emesso una nuova tranche del Bund a 10 anni, scadenza 15 febbraio 2036 e cedola 2,90% (ISIN: DE000BU2Z064). L’obiettivo della raccolta era di 5 miliardi di euro. Le richieste si sono fermate a 4,5 miliardi e le assegnazioni sono state per 3,8 miliardi ad un rendimento del 2,89% contro il 2,73% esitato all’asta di febbraio.
Asta Bund in Germania debole
Un segnale di debolezza, che altrove avrebbe fatto scalpore, mentre in Germania non è la prima volta che accade una cosa del genere.
Gli 1,2 miliardi di euro non assegnati saranno venduti sul mercato secondario. Lo consente il meccanismo delle emissioni di titoli di stato a Berlino. Un modo per superare momenti di estrema tensione senza dover pagare costi esorbitanti per indebitarsi. Quando il rendimento del Bund era perlopiù negativo negli anni passati, le aste scoperte non erano così rare.
Certo è che il segnale che arriva dalla prima economia europea, non è incoraggiante. Anche il Bund, bene rifugio per eccellenza nell’Eurozona, patisce la guerra in Iran. Il mercato pretende rendimenti nominali più alti all’asta e sul secondario per mettersi al riparo da una possibile ripresa dell’inflazione. Il decennale tedesco è salito ieri fino al 2,96% dal 2,65% del 27 febbraio, prima che iniziasse il conflitto. Sta riuscendo finora a contenere i rialzi rispetto agli altri mercati sovrani, tant’è che gli spread si sono allargati in queste settimane. Conferma della sua attrattività proprio nelle fasi di tensione.
Hormuz minaccia per inflazione europea
Resta il fatto che neppure il Bund in asta può ignorare più la caccia al rendimento tra gli investitori, in Germania come altrove.
Il 2,89% è stato il dato più alto esitato dal gennaio del 2023. Con la differenza che allora l’inflazione tedesca era all’8,7%, mentre a febbraio di quest’anno scendeva all’1,9%. Ed è proprio questo il punto: il mercato sconta il rischio inflazione a causa del caro petrolio e non risparmia neppure il debito “benchmark” tedesco. E più Hormuz resta chiuso al transito delle navi, maggiori le probabilità di rivivere la crisi energetica del 2022.
giuseppe.timpone@investireoggi.it