La Banca Centrale Europa (BCE) ha comunicato di avere lasciato i tassi di interesse invariati al termine del terzo board dell’anno. Restano al 2% sui depositi bancari, al 2,15% sui prestiti alle banche commerciali e al 2,40% sui rifinanziamenti marginali. Proprio nella mattinata di oggi, l’Eurostat ha reso noto che l’inflazione nell’Eurozona è salita ad aprile al 3% dal 2,6% di marzo. Al netto dei prodotti energetici e degli alimentari freschi, tuttavia, ha registrato un leggero rallentamento al 2,2% dal 2,3%. Su base mensile, poi, i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1% dal +1,3% di marzo.
Tassi BCE fermi, ma sale l’inflazione
La BCE ha citato esplicitamente le tensioni nel Medio Oriente per spiegare la ripresa dell’inflazione, chiarendo che le aspettative siano aumentate significativamente per il medio-breve periodo, restando ancorate al target del 2% per il lungo periodo. In pratica, il fenomeno avrebbe un impatto forte nei prossimi mesi, anche se nel tempo sarebbe destinato a scemare. Tuttavia, l’istituto ha rimarcato che l’intensità dipenderà dalla durata della guerra in Iran. Non c’è dubbio che più settimane passino senza che lo Stretto di Hormuz riapra e più probabilità ci siano che quella che ad oggi definiamo giornalisticamente come una “fiammata” dei prezzi si trasformi in inflazione vera e propria.
Pil stagnante
Ciò chiarisce perché la BCE abbia deciso di non alzare i tassi per il momento. Vuole evitare, anche alla luce dell’estrema incertezza geopolitica, di soffocare la crescita economica senza che ve ne sarebbe effettivamente bisogno. Il Pil nell’Eurozona è cresciuto di appena lo 0,1% nel primo trimestre e dello 0,8% su base annua, rallentando rispettivamente da +0,2% e +1,2%.
Ma gli effetti della guerra in Iran erano stati limitati al 31 marzo scorso, incidendo per solo un mese. Saranno più violenti nel secondo trimestre, quando è possibile che registrerà un ripiegamento se la chiusura di Hormuz restasse per l’intero periodo o gran parte di esso.
Rischi da attendismo monetario
La strategia “wait and see” della BCE sui tassi risulta politicamente gradita, soprattutto nel Sud Europa, in quanto evita di colpire la crescita e non contribuisce direttamente ad aumentare il costo del debito. Tuttavia, si mostra assai rischiosa. Nel 2022, l’attendismo di Francoforte si rivelò un tragico errore. La stretta monetaria tardò ad arrivare e l’inflazione esplose fino alla doppia cifra alla fine di quell’anno, richiedendo un intervento in corsa più duro e prolungato per “raffreddare” le aspettative del mercato. La stabilità dei prezzi era stata appena riacciuffata nei mesi scorsi, poco prima che la guerra in Iran interrompesse la serie positiva dei dati mensili sull’inflazione.
Il mercato sconta un primo rialzo dei tassi BCE a giugno, un secondo già a fine luglio e un terzo con probabilità del 76% a dicembre. Da notare che dopo la tregua annunciata tra USA e Iran, le previsioni erano state riviste al ribasso con soli due aumenti entro l’anno. Lo stesso Bund a 2 anni, che tende a seguire il tasso sui depositi bancari, oggi è al 2,65% e, quindi, dello 0,65% sopra il livello di quest’ultimo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it