Con un tweet sul suo social Truth, ieri il presidente americano Donald Trump ha annunciato la richiusura dello Stretto di Hormuz e l’imposizione di un pedaggio del 20% su tutti i cargo in transito. Per tutta risposta il prezzo del petrolio è tornato a salire rapidamente e in queste ore ha superato gli 86 dollari al barile per il Brent, tornando ai massimi da oltre un mese. Tra fine giugno e inizio luglio, la quotazione era crollata fino a 70 dollari.
Gli USA saranno conosciuti, da questo momento in avanti, come i GUARDIANI DELLO STRETTO DI HORMUZ, ma per una questione di equità, saranno rimborsati ad un tasso del 20% su tutti i cargo esportati, a copertura di tutti i costi necessari per garantire la sicurezza in questo angolo molto volatile del mondo.
Pedaggio a Hormuz spaventa l’UE
Rilasciando un’intervista, lo stesso Trump ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno garantendo la sicurezza “ad un’area molto ricca del mondo” e che per questo essa sarà tenuta a pagare. A chi si riferiva? A primo acchito, sembra che parlasse degli alleati del Golfo Persico. In verità, il riferimento potrebbe essere stato agli alleati europei, gli stessi di cui lamenta il mancato sostegno su Hormuz e che con la rappresentante della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, invocano la mancata imposizione del pedaggio.
Ironico il commento social del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi
POTUS (Trump) ha ragione. Chiunque garantisca la sicurezza per il passaggio delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, deve essere compensato per il servizio. L’Iran è sempre stato il GUARDIANO dello stretto e lo rimarrà SEMPRE.
I 20% è naturalmente troppo. Saremo più equi.
Vantaggio per compagnie USA
Il petrolio è rincarato sul ritorno delle tensioni geopolitiche, ma anche per il significato che può assumere il messaggio di Trump: un innalzamento dei costi di esportazione nel lungo periodo. Sappiamo che non bisogna attenersi al significato letterale delle sue dichiarazioni, ma se realmente ragionassimo su un pedaggio ad Hormuz del 20%, la batosta per gli importatori sarebbe enorme. Le navi caricherebbero il balzello sul prezzo finale, aumentando il costo globale dell’energia.
Il 20% su una quotazione di 70 dollari, quanto alla fine di febbraio, implicherebbe un balzo nei pressi degli 85 dollari. Probabile che gli esportatori si caricherebbero di parte dell’extra-costo nei periodi di bassa domanda, comprimendo così i loro margini di profitto. Una soluzione di questo tipo, ad ogni modo, avvantaggerebbe le compagnie americane. A parità di prezzo, riuscirebbero a garantirsi maggiori margini. Invece, se le rivali del Golfo si accollassero in tutto o in parte il costo per calmierare i prezzi, perderebbero il vantaggio competitivo nei loro confronti.
Puniti alleati di Golfo ed Europa
Trump è deciso ad uscire dalla guerra contro l’Iran con una soluzione vantaggiosa per gli Stati Uniti. Gli elettori americani non hanno apprezzato e compreso le ragioni di questa iniziativa militare e rischiano di fargli pagare il conto al voto di novembre per il rinnovo del Congresso. L’accordo di pace siglato a giugno sembrò prospettare il controllo di Hormuz da parte dell’Iran, persino attraverso l’imposizione di un pedaggio mascherato da “servizi di assistenza”.
Una narrazione umiliante per la Casa Bianca e la superpotenza. Il ribaltamento di questi giorni vuole porvi rimedio. A pagare saranno gli esportatori del Golfo e gli alleati europei. A Trump non dispiace affatto, togliendosi diversi sassolini dalle scarpe verso gli uni e gli altri.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



