Il titolo di stato che analizzeremo in questo articolo è il BTp 1 marzo 2030 (ISIN: IT0005024234), che presenta una durata residua ormai inferiore ai 6 anni. Fu emesso in data 21 maggio 2014 con una durata iniziale effettiva di quasi 16 anni e con godimento della cedola al 3,50% sin dal 1 marzo dello stesso anno, per cui con effetto retroattivo.
BTp marzo 2030: bilancio dall’emissione
Il BTp marzo 2030 si acquista in queste ore a 101,66 sul Mercato obbligazionario Telematico di Borsa Italiana. Un prezzo superiore ai 99,471 centesimi dell’emissione di oltre 12 anni fa. Chi lo rivendesse oggi, quindi, realizzerebbe una plusvalenza netta prossima al 2%. Ma sarebbe abbastanza per affermare che l’investimento sia stato positivo? Per capirlo dobbiamo calcolare anche le cedole nette riscosse e maturate in tutti questi anni, a fronte dell’inflazione italiana.
Troviamo che l’investitore cassettista ha ricevuto tramite il BTp marzo 2030 qualcosa come il 38% del suo investimento effettivo e al netto dell’imposta sui proventi finanziari. Sommandovi la plusvalenza nel caso di rivendita, il bilancio sfiora il 40%. Dobbiamo sottrarre, tuttavia, quasi il 25% di inflazione patita in questi anni, oltre all’imposta di bollo intorno al 3%. Il saldo complessivo resta di gran lunga positivo e in doppia cifra. L’investimento si sarebbe rivelato un buon affare nel lungo periodo.
Boom dei prezzi con Draghi
E se vi dicessimo che l’investitore avrebbe oggi un grosso rimpianto nel non averlo rivenduto assai prima? Dovete sapere che il 12 marzo del 2015 la quotazione del BTp marzo 2030 raggiunse il suo apice di 129. Erano i primi giorni del Quantitative Easing di Mario Draghi, che tramite la Banca Centrale Europea iniziò ad acquistare bond in quantità massicce. Chi avesse rivenduto dopo meno di 10 mesi dal collocamento, avrebbe maturato una plusvalenza netta del 26% e incassato una cedola netta del 3%. Bilancio: +29%, a fronte di un’inflazione nulla nel periodo considerato.
In pratica, a meno di un anno l’investitore avrebbe maturato un guadagno effettivo quasi triplo rispetto a quello riscontrato dopo la bellezza di oltre 12 anni. Ancora nell’estate del 2021, comunque, i prezzi si aggiravano intorno ai massimi storici. Una rivendita a quei tempi avrebbe esitato una plusvalenza netta intorno al 24%, oltre a cedole nette cumulate per quasi il 23%. Anche tenuto conto dell’imposta di bollo e dell’inflazione, il saldo complessivo dell’investimento sarebbe stato del 40%. Subito dopo, le cedole non sarebbero state sempre capaci di coprire l’inflazione e i prezzi sarebbero crollati proprio per la ripresa di quest’ultima e il conseguente rialzo dei tassi di interesse.
Tempistica decisiva per investire in bond
Il BTp marzo 2030 è uno degli esempi più illuminanti di come un investimento obbligazionario possa esitare bilanci differenti a seconda della tempistica di acquisto e rivendita. Facile a posteriori indovinare i massimi e i minimi di prezzo. Il problema è che il mercato in questi anni ci ha abituati a situazioni estreme, che ci hanno spesso indotto a pensare che i prezzi si sarebbero potuti spingere anche oltre.
Il rendimento netto arrivò a scendere allo 0,30% nell’agosto del 2021. Chi acquista il bond adesso, mette in portafoglio un rendimento lordo del 3%. Non male per un periodo di neppure 68 mesi, anche se nulla di trascendentale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



