Ieri, lo yen si è rafforzato contro il dollaro ad un tasso di cambio di 161,12 sui timori del mercato per un possibile intervento imminente della Banca del Giappone. E’ il livello più forte dallo scorso 17 giugno, oltre due settimane. Il 30 giugno, ad una chiusura di seduta di 162,63, aveva toccato livelli di debolezza record per gli ultimi 40 anni. Non stiamo parlando di un cambio di rotta, bensì di un semplice mini-rimbalzo dopo che Tokyo ha lanciato segnali circa possibili nuove misure a sostegno della divisa nipponica. Tra il 28 aprile e il 27 maggio scorso, già l’istituto centrale era intervenuto per complessivi 11.730 miliardi di yen, circa 72,40 miliardi di dollari.
Intervento su yen, ma anche tassi FED
A rafforzare lo yen non c’è solo lo spettro di un intervento sul mercato forex. La Federal Reserve potrebbe prendersi un po’ di tempo in più prima di tornare ad alzare i tassi di interesse. A giugno, i posti di lavoro non agricoli creati negli Stati Uniti sono stati appena 57.000, circa la metà dei 110.000 attesi e ai minimi da febbraio, quando c’era stato un dato negativo di 156.000 unità. La debolezza del mercato del lavoro può offrire al governatore Kevin Warsh la scusa per rinviare la stretta monetaria, con la speranza che nel frattempo l’inflazione americana ripieghi grazie alla riapertura di Hormuz e il conseguente crollo dei prezzi petroliferi.
Non a caso, anche l’oro risale da sotto i 4.000 dollari l’oncia a cui era sceso in settimana. Il metallo giallo mostra una correlazione storica negativa con il dollaro, a sua volta correlato positivamente con i tassi FED.
Per lo yen è una buona notizia, perché rende meno impellente l’esigenza di un intervento della Banca del Giappone. Esso può anche dissuadere il mercato dallo scommettere al ribasso contro il cambio, ma la sua efficacia è temporalmente limitata e non risolve il problema di fondo di tassi troppo bassi.
Anche le colombe cambiano tono
Proprio a tale riguardo, si sta registrando un timido cambio di atteggiamento tra le stesse “colombe” che finora hanno sempre osteggiato la stretta. Tra queste c’è l’economista Toshihiro Nagahama, vicino al governo della premier Sanae Takaichi. Egli ora propende per “aumenti moderati dei tassi”, i quali a giugno sono stati mantenuti fermi all’1%. Il mercato sconta 1-2 rialzi dello 0,25% ciascuno entro un anno. Sarebbe l’unico modo per rafforzare lo yen e impedire che la sua debolezza aumenti l’inflazione tramite le importazioni.
Boom dei rendimenti sovrani
Tra l’altro, le aspettative d’inflazione rischiano di disancorarsi dal target del 2%. Ieri, il rendimento decennale è salito al 2,77%, il livello più alto da 30 anni. Il trentennale ha varcato nuovamente la soglia del 4% e si avvicina ai massimi storici toccati nel maggio dello scorso anno. Sono tutti segnali di insostenibilità dei tassi a livelli così bassi. Un nuovo intervento in difesa dello yen rischia tra l’altro di risultare impraticabile sul piano più prettamente “geopolitico”.
Il Fondo Monetario Internazionale definisce un cambio non del tutto flessibile quando è soggetto a manipolazioni multiple della banca centrale in un arco ristretto di tempo. Per Tokyo i nodi sono arrivati tutti al pettine.
giuseppe.timpone@investireoggi.it