Davvero con l’euro siamo entrati nell’era dell’austerità fiscale perenne? In Italia, il dibattito va avanti da decenni senza che si abbia un’idea concreta della situazione. Una larga fetta della popolazione ritiene che la spesa pubblica sia tenuta con il freno a mano dalla Commissione europea. Che a Bruxelles sia la sede degli azzeccagarbugli, non è nostra intenzione smentirlo. Anzi, da sempre abbiamo preso posizione contro una politica impostata sulle virgole e a cui sfugge il senso degli eventi e della loro direzione. Altra cosa, però, è cercare di capire se certe sensazioni siano suffragate dai dati o siano solo il frutto di una visione distorta della realtà.
Spesa pubblica pro-capite tra 1995 e 2025
Per prima cosa dobbiamo intenderci per austerità. Il termine in economia implica una politica fiscale restrittiva, caratterizzata da un aumento delle entrate (più tasse) e/o da un taglio della spesa pubblica (minori servizi). Noi ci concentreremo su questa seconda parte per capire chi abbia ragione. Partiamo da un dato: lo stato italiano ha speso nel 2025 19.615 euro per ogni residente sul territorio nazionale. Qualcosa come oltre 1.155 miliardi di euro complessivamente, pari ad oltre il 51% del Pil.
Nel 1995, cioè esattamente 30 anni prima, lo stato spendeva 8.155 euro per ciascun abitante, cifra corrispondente anche in quel caso a più del 51% del Pil. In termini nominali, la spesa pubblica pro-capite risulta aumentata del 140%, quasi il doppio dell’inflazione al 78,5%. Nello stesso trentennio, siamo passati da una spesa per interessi sul debito al 10,4% del Pil al 3,8%. Tenuto conto di questa voce, otteniamo che la spesa primaria sia salita nello stesso periodo dal 41% al 47,4%.
Addio dividendo dell’euro
Ricordate il famoso “dividendo dell’euro” di cui ogni tanto sentiamo parlare? Ce lo siamo divorati. Con l’ingresso nell’Eurozona, l’Italia ha pagato centinaia di miliardi di euro all’anno in meno di interessi, ma anziché usare quei risparmi per risanare i conti pubblici, li ha destinati ad altre voci di spesa. Quali? L’invecchiamento della popolazione ha reso inevitabile la crescita di pensioni e sanità, anche se esse hanno inciso meno di quanto crediamo. Le prime sono salite dal 13,4% al 15,2% del Pil, la seconda dal 5,2% al 6,4%. Insieme, meno della metà dell’incremento registrato dalla spesa primaria.
Se questa fosse rimasta invariata rispetto al Pil, lo scorso anno avremmo risparmiato intorno ai 145 miliardi. Una cifra corrispondente al 70% del gettito Irpef e che ci fa capire quanto avremmo potuto abbassare la pressione fiscale e al contempo tagliare il deficit e lo stesso rapporto tra debito e Pil. E avere puntato sull’aumento della spesa pubblica non ha prodotto alcun beneficio in termini di crescita. Il Pil reale è salito di appena il 19% in 30 anni, la metà che in Germania. I tedeschi hanno anch’essi più che raddoppiato la spesa pubblica pro-capite nel periodo esaminato. Tuttavia, rispetto al Pil l’hanno abbassato di quasi 5 punti percentuali al pur storicamente alto 50,5% del 2025.
Welfare metà dell’intera spesa dello stato
Quando qualcuno suggerisce di tagliare la spesa pubblica, i cittadini giustamente temono che verranno ridotti loro i servizi, compresi quelli basilari.
Cosa assai diversa dal vero. Scuola, sanità e pensioni, i tre pilastri del nostro welfare, insieme fanno la metà esatta dell’intera spesa dello stato. Significa che l’altra metà c’entra poco con i servizi in sé e molto con burocrazia e sprechi. La CGIA di Mestre stimava questi ultimi tempo fa attorno a 180 miliardi all’anno, il doppio dell’evasione fiscale calcolata.
Come vedete, l’austerità vera e propria non c’è stata. In Italia, caso mai, è stata praticata una politica di aumento costante della pressione fiscale per finanziare una spesa pubblica sempre più alta e slegata dai servizi in sé. Hanno ragione i cittadini a protestare per la carenza di servizi, sebbene il loro obiettivo sia spesso sbagliato. Strano a dirsi, ma il nemico siede a Roma e non a Bruxelles nel caso specifico. Lo stato più incassa e più spende, mentre avrebbe dovuto e potuto spendere di meno e chiedere minori sacrifici ai contribuenti. E’ stato un fallimento su tutta la linea, che ha generato mancata crescita, malcontento, evasione fiscale e squilibri strutturali nei conti pubblici.
giuseppe.timpone@investireoggi.it