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Quanto vale oggi un euro rispetto alla lira? Il confronto sul potere d’acquisto dopo 24 anni e mezzo

Il potere di acquisto degli italiani è stato meglio tutelato dall'euro o ai tempi della lira? Ecco un confronto numerico diretto.
23 Luglio 2026
Potere d'acquisto con l'euro
Potere d'acquisto con l'euro © Investireoggi.it

Coloro che oggi hanno un’età almeno vicina ai 40 anni, tengono impresso nella mente un numero: 1.936,27. Non è cabala, bensì il tasso di conversione dalla lira all’euro sin dall’1 gennaio del 1999. Sarebbe diventato ossessivo nei primi mesi del 2002, quando la moneta unica rimpiazzò fisicamente il vecchio conio e molte famiglie avvertirono una perdita quasi immediata del potere d’acquisto. Per un popolo non abituato a gestire i pagamenti con i centesimi, il passaggio si rivelò ben più traumatico del previsto. La sensazione comune fu che molti commercianti e lo stesso stato ci marciarono con gli arrotondamenti: 1 euro fu equiparato a 2.000 lire, mentre gli stipendi vennero convertiti al decimale ufficiale.

Potere d’acquisto sotto euro e lira

Superata la fase di inevitabile confusione, a distanza di quasi un quarto di secolo dall’introduzione fisica dell’euro possiamo affermare che il potere d’acquisto ne sia risultato intaccato in Italia? La risposta la offrono i numeri: l’inflazione italiana dalla fine del 2001 al giugno scorso è stata in tutto di circa il 54%. Significa che 1 euro di allora vale oggi meno di 65 centesimi per effetto del carovita. I prezzi al consumo sono aumentati nel frattempo al ritmo medio dell’1,8% all’anno.

In pratica, se avessimo conservato il nostro primo euro post-conversione e lo avessimo tenuto nel cassetto fino ad oggi, potremmo acquistare beni e servizi per oltre il 35% in meno rispetto a quasi un quarto di secolo fa. La perdita del potere d’acquisto c’è stata. Ciò non basta a sentenziare che l’euro abbia provocato un danno ai consumatori.

Serve come minimo un confronto con la situazione precedente. Prendiamo i 24 anni e mezzo prima della sua entrata in vigore, cioè il periodo che va dal luglio 1977 al dicembre 2021. Sapete di quanto erano aumentati i prezzi in Italia? Di 5,887 volte!

Non solo effetto psicologico: stipendi fermi

In pratica, 1.000 lire iniziali valevano quanto neppure 170 lire in termini di potere d’acquisto al termine del periodo considerato. Un crollo di oltre l’83%! Tramutando questo dato nella moneta unica, sarebbe come dire che fossimo passati da 1 euro a soli 17 centesimi. I prezzi con la lira erano aumentati nello stesso lasso di tempo di quasi 4 volte più velocemente e al ritmo medio annuo del 7,5%. E allora perché tanta nostalgia della lira e tanta recriminazione verso l’euro? C’è alla base un effetto psicologico legato al tempo: tendiamo a ricordare di più i fatti negativi recenti e a mitizzare il passato di quando eravamo giovani.

Un’inflazione del 3% oggi appare più grave del 20% di quasi mezzo secolo fa, in quanto sta producendo danni al nostro potere d’acquisto di oggi, mentre il passato ormai conta poco. Ridurre tutto a un fattore psichico, tuttavia, sarebbe ingiusto. Nel quarto di secolo fino all’avvento dell’euro, lo stipendio medio di un lavoratore dipendente in Italia era salito di 8 volte: da 275.000 a 2.200.000 lire al mese. In termini reali, dunque, i salari reali erano cresciuti in media di quasi l’1,3% all’anno.

Detto in parole povere: l’inflazione era stata altissima, ma le paghe avevano tenuto testa.

Prezzi stabili, ma condizioni di vita peggiorate

Peccato che questa crescita non solo si sia del tutto arrestata, ma sia diventata persino negativa. Attualmente, un dipendente italiano guadagna 1.700 euro al mese lordi. Tenuto conto dell’inflazione, fanno meno di quanto percepisse a fine 2001. Il suo potere di acquisto si è contratto. Per questo l’amore per l’euro resta al massimo tiepido: ha tenuto bassa l’inflazione, ma non ha coinciso con una fase di miglioramento delle nostre condizioni di vita. Che la colpa vada individuata altrove, è questione per economisti. L’uomo della strada compie ragionamenti e associazioni più semplici: con l’euro c’è stabilità dei prezzi, ma le buste paga non salgono e, quindi, si sta peggio. Non era paradossalmente così ai tempi della lira, quando inflazione e salari si rincorrevano. Un modello insostenibile – si badi bene – ma che per molti lavoratori più attempati resta migliore dell’attuale, privo di miglioramenti percettibili.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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