Possiamo concordare o dissentire totalmente con ogni frase pronunciata dal presidente americano Donald Trump, ma su un punto non esiste alcun dubbio che abbia espresso un dato fattuale: “Europa e G7 sono stati del tutto irrilevanti” per raggiungere l’accordo di pace tra USA e Iran. Una sentenza antipatica, ma tristemente vera e che aggrava le prospettive per l’economia e la geopolitica del nostro continente. L’obiezione più immediata e anch’essa vera sarebbe che la Casa Bianca sia stata anche l’artefice di una tensione bellica di cui forse si poteva fare a meno. E che alla fine stia riuscendo a riaprire quello Stretto di Hormuz transitabile da sempre fino ai raid americani di fine febbraio.
Accordo USA Iran tra economia e geopolitica
La questione non è tanto se l’Europa fosse tenuta ad intervenire in un conflitto aperto senza che fosse neppure consultata, bensì che ne stia uscendo ancora più indebolita da ogni punto di vista. L’accordo tra USA e Iran riguarda economia e geopolitica. Teheran ha ottenuto la fine delle sanzioni petrolifere e lo “scongelamento” dei fondi bloccati in cambio della riapertura di Hormuz. Sebbene la chiusura dello stretto abbia indirettamente colpito la stessa economia americana, dobbiamo premettere che gli USA non hanno problemi di approvvigionamento in tal senso.
Essi producono il 60% del petrolio consumato e un buon 24% lo importano dal Canada, il resto da Messico, Venezuela e resto del Sud America; solo per poco più di un decimo arriva loro da aree a rischio. In questa estenuante partita a scacchi, hanno ceduto più di quanto immaginassero al regime islamista.
Ma cosa hanno ottenuto in cambio? La riattivazione dopo mezzo secolo di un rapporto diretto con una potenza regionale, pur nemica, non è questione secondaria. Washington ha fatto a pezzi il vecchio ordine nell’area e bypassato alleati come Arabia Saudita e lo stesso Israele. Ottiene la rinuncia al nucleare da parte di una dittatura minacciosa, confermando il proprio ruolo di poliziotto del mondo.
Benefici per USA e Cina
Consentendo all’Iran di tornare ad esportare petrolio alla luce del sole e reintegrandola almeno parzialmente sui mercati finanziari, gli americani si sono garantiti un abbassamento dei prezzi energetici e la salvaguardia del sistema finanziario “dollaro-centrico”. L’Europa ha perso l’ennesima occasione per tentare di dare slancio alla moneta unica. Avrebbe potuto soppiantare il biglietto verde nelle transazioni dei Paesi sotto embargo, ma avendo seguito pedissequamente la politica americana, non ne ha potuto approfittare. E ora che tali sanzioni vengono smantellate, i capitali bloccati per anni si dirigeranno verso mete considerate più sicure e influenti sul piano geopolitico.
Per un investitore russo, cinese o iraniano non ha molto senso portare i capitali in Europa, visto che presenta gli stessi rischi degli USA con l’aggravante di essere un soggetto marginale nei processi decisionali. Meglio cercare di “addolcire” direttamente il nemico a colpi di petrodollari, anziché tessere rapporti con un suo alleato di scarso peso. Anche l’economia in Cina trae vantaggio dall’accordo tra USA e Iran. Può importare petrolio a minor costo e beneficiare di una maggiore centralità delle rotte commerciali e dei canali diplomatici tra America e Asia. Un processo simile al declino vissuto dal Mediterraneo con la scoperta delle Americhe, quando l’attenzione e i commerci si spostarono in favore dell’Atlantico.
Europa ancora più marginale
Il sollievo per l’Europa sarà parziale. Petrolio e gas scenderanno di prezzo, ma rispetto al passato stiamo importando più energia da USA, Nord Africa e Golfo Persico e non sempre a condizioni migliori anche a causa della rigidità infrastrutturale che ci contraddistingue. Privi di materie prime, non possiamo neppure andare “all in” sulle rinnovabili, altrimenti passeremmo da una dipendenza strategica all’altra e nello specifico ci legheremmo a Pechino, nostro concorrente manifatturiero e geopolitico. E stiamo certi che sulla ricostruzione iraniana non avremo voce in capitolo, così come rischiamo di non averla neppure in Ucraina e dopo centinaia di miliardi di euro inviati per sostenerla dagli attacchi russi. Il perché è semplice: siamo irrilevanti e in politica la riconoscenza si ha solo verso chi comanda.
giuseppe.timpone@investireoggi.it