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Meno fabbriche, più uffici pubblici: la crisi silenziosa dell’occupazione tedesca

Diminuiscono i posti di lavoro in Germania, mentre lo stato assume e il settore privato licenzia. La crisi del modello tedesco si aggrava.
21 Maggio 2026
La crisi del lavoro in Germania
La crisi del lavoro in Germania © Investireoggi.it

Il modello tedesco è entrato in crisi da tempo e iniziano ad esserci i primi significativi riflessi sul mercato del lavoro in Germania. Nel primo trimestre di quest’anno, il numero degli occupati è diminuito di 486.000 unità (-1,1%) rispetto ai tre mesi precedenti. Al netto degli effetti stagionali, il calo è stato di 61.000 unità (-0,1%). Lo hanno ufficializzato i dati pubblicati in settimana da Destatis, l’ufficio statistico federale. Ad aprile, poi, il numero dei disoccupati ha superato per la prima volta dal marzo 2011 la soglia dei 3 milioni (3 milioni e 6 mila).

Numero dei disoccupati in Germania
Numero dei disoccupati in Germania © Licenza Creative Commons

Lavoro in Germania scende nel settore privato

Ma forse non sono state neanche queste le cifre interessanti.

Il quadro più completo ce lo forniscono i dettagli. In Germania sono diminuiti del 2,1% i posti di lavoro nel settore manifatturiero e dell’1,1% nelle costruzioni. In generale, i lavoratori soggetti ai contributi previdenziali sono scesi di 120.000 unità (-0,3%) e i lavoratori autonomi di 37.000 (-1%), rispettivamente a 42 milioni e 3,6 milioni. Invariate le ore di lavoro a 15,7 miliardi.

Nello stesso trimestre, però, il numero dei dipendenti pubblici (sanità, istruzione e assistenza) è aumentato dell’1,5%, che in termini assoluti equivale a +181.000 unità. Cosa significa? La Germania si sta lentamente “mediterraneizzando”: il settore pubblico rimpiazza le fabbriche e c’è la tendenza dei dipendenti a lavorare in media un po’ di più di prima. Il modello tedesco era impostato su un solido settore privato e altamente produttivo, al punto che i lavoratori potevano permettersi di lavorare meno che nelle altre principali economie mondiali e guadagnare di più.

Modello tedesco in crisi da anni

Perché tutto questo sta cambiando? Già prima della pandemia la Germania inviava segnali di stagnazione economica. Del resto, se tutti i tuoi clienti confinanti se la passano male, prima o poi ne paghi le conseguenze. Con il Covid le catene di produzione s’interruppero e mandarono in crisi le filiere lunghe sulle quali prosperava l’industria tedesca. Poi, venne la guerra tra Russa e Ucraina con l’abbandono europeo di petrolio e gas russi. Berlino li importava a basso costo e ciò consentiva alle sue imprese di produrre in maniera efficiente e di conquistare i mercati internazionali con le esportazioni.

I dazi dell’amministrazione Trump completano il puzzle. Tutti i pilastri su cui si fondava il modello tedesco sono vacillati. Da qui a dire che sia morto, ce ne passa. L’unica certezza è che le cose non sono più come prima nemmeno sul piano fiscale. La spesa pubblica in Germania ha varcato la soglia del 50% rispetto al Pil per la prima volta dal 1949, escluso il periodo pandemico. Non riesce più a creare posti di lavoro, anzi la sua economia si è contratta per due anni di seguito e nel 2025 è appena cresciuta. E lo stato sta spendendo in eccesso sulle entrate per finanziare uno storico riarmo e investimenti infrastrutturali.

Settore pubblico atrofico

Il settore privato sta venendo spiazzato dal settore pubblico.

Sbaglia chi crede che questo sia un processo nato oggi. Il numero dei dipendenti pubblici cresce costantemente da molti anni. Era di 4,5 milioni nel 2008 e adesso è arrivato a 5,45 milioni. Un boom di oltre il 20% contro un aumento della popolazione nello stesso periodo di appena il 3%. In pratica, un posto di lavoro su cinque è stato creato dallo stato a partire dal 2008. Una percentuale quasi doppia rispetto all’incidenza media iniziale dei dipendenti pubblici sul totale degli occupati.

La Germania è sempre stato anche un gigante burocratico. E’ emerso in modo lampante con la pandemia, quando il piano vaccinale si scontrò con le inutili scartoffie che medici e pazienti dovevano firmare. Il processo venne rallentato anche dalla carente digitalizzazione degli uffici pubblici. I tedeschi “scoprirono” in quella fase di essere rimasti indietro. I surplus di bilancio erano stati generati non soltanto dalla parsimonia degli amministratori pubblici, ma anche dalla rinuncia all’innovazione.

Riforme al palo

Nei decenni passati, la Germania era stata severa nel chiedere agli alleati di fare le riforme per crescere. Durante la tragica crisi dei debiti sovrani, il volto dell’allora ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, divenne il simbolo dell’austerità nordica. Ma il cancelliere Friedrich Merz sta scoprendo a sue spese quanto sia difficile passare ai fatti. Da mesi non riesce a riformare le pensioni, né il mercato del lavoro e il fisco. In un anno di governo è riuscito solo ad infrangere il tabù del deficit, salvo non essere capace di trasformare gli impegni in atti concreti. Gli investimenti pubblici sono cresciuti di appena 1,3 miliardi nel 2025 su stanziamenti per +35-40 miliardi.

La Germania sta mostrando tutti i limiti e i difetti delle altre economie europee. L’iper-burocratizzazione costituisce un freno alla crescita, ma il suo abbattimento incontra forti resistenze, perché specie in tempi di IA e con i posti di lavoro in calo, esso si tradurrebbe in licenziamenti in numerosi uffici pubblici. Ed ecco che da modello di riferimento, i tedeschi sono diventati lo specchio di quello che non funziona quasi ovunque in Europa. Il dito puntato sui difetti altrui, senz’altro veri, ora si ritorce loro contro.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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