La Germania ha un tasso di occupazione superiore al 77% e di partecipazione al lavoro che sfiora il record storico dell’81%. In cifre assolute, sono 45 milioni e mezzo gli occupati e 3 milioni i disoccupati. Questi ultimi sono saliti ai massimi dal marzo del 2011. Ma il cancelliere Friedrich Merz mostra profonda insoddisfazione, al punto da proporre una riforma del lavoro draconiana. Nel mirino ci sono finiti i tedeschi “scansafatiche”, coloro accusati di “egoismo” perché approfitterebbero della possibilità di ricorrere all’orario ridotto per avere più tempo libero. Dei “Minijobs” si parla da molti anni, dentro e fuori i confini nazionali, vuoi per dimostrare il loro contributo all’alta occupazione tedesca, vuoi per ridimensionarne la portata complessiva.
Verso riforma del lavoro illiberale in Germania?
Secondo le statistiche, i Teilzeitarbeiter sono saliti a 16,75 milioni. Troppi per Merz, che adesso minaccia di eliminare per legge il part-time, riservandolo solo a coloro che ne facessero richiesta per ragioni di salute, per accudire figli piccoli o altri validi personali. Nel terzo trimestre del 2025, i lavoratori part-time risultavano avere superato la soglia record del 40%. Erano al 14% nel 1991. Tra le donne sfiora il 50%, a dimostrazione che molto lavoro parziale è richiesto per esigenze familiari.
Gli attacchi di Merz ai lavoratori sono tra le principali ragioni della sua estrema impopolarità. Solo il 13% dei tedeschi lo sosterrebbe, stando a un recente sondaggio. Mai così male per un cancelliere in carica, per di più da appena un anno. Egli ha messo in dubbio l’immagine che la Germania proietta nel mondo di un Paese molto laborioso e con un acuto senso del dovere.
Tuttavia, lo sta facendo nel mondo sbagliato. I dati ci dicono che il mercato del lavoro tedesco sia e resti solido, malgrado anni di recessione e un modello economico andato a ramengo tra crisi energetica e tensioni commerciali. Il diffuso lavoro part-time non è causa, bensì conseguenza di alcune debolezze strutturali del sistema teutonico.
Ragioni del part-time diffuso
Mancano posti sufficienti negli asili nido per consentire alle donne, in particolare, di lavorare ad orario pieno. Per non parlare di una popolazione che invecchia. Quasi un quarto dei lavoratori in Germania ha più di 55 anni di età, una percentuale ben superiore alla media europea del 13%. Le condizioni di salute non consentono spesso di trascorrere in fabbrica o in ufficio tutta la giornata. Soprattutto, Merz commette un grosso errore nel volere eliminare il lavoro part-time con una riforma legale. E’ quanto di più illiberale possa esservi. Ciascun lavoratore ha il sacrosanto diritto di scegliere quante ore lavorare, anche per la semplice voglia di avere più tempo libero a disposizione. E’ il fondamento del mercato del lavoro, che probabilmente il cancelliere non avrà studiato in un corso di microeconomia.
Quando accusa di egoismo chi sceglie di lavorare a tempo parziale, svela una mentalità statalista e contraria alla libertà individuale. L’individuo non è tenuto a ragionare secondo il “bene comune” quando deve effettuare una scelta di consumo, lavoro o investimento.
Deve semplicemente massimizzare il proprio benessere in base alle condizioni date. E ciò vale a maggior ragione se si assume le conseguenze di tali scelte. Lavorare part-time implica accumulare minori contributi per la pensione, cioè accettare assegni futuri, oltre che redditi correnti più bassi.
Rischio di effetto boomerang
Costringere i tedeschi al lavoro a tempo pieno equivale a interferire con le loro scelte economiche. L’offerta di lavoro tende ad aumentare con le retribuzioni orarie. La riforma ventilata da Merz la accrescerebbe senza che ciò corrispondesse ad una maggiore soddisfazione dei lavoratori per le condizioni loro proposte. In sostanza, falserebbe il mercato e invierebbe un segnale errato alle stesse imprese. L’effetto boomerang sarebbe dietro l’angolo. Posti dinnanzi alla scelta se lavorare a tempo pieno o parziale, molti lavoratori potrebbe optare per non lavorare affatto per l’impossibilità o la voglia di farlo.
La Linke, partito della sinistra radicale, parla di una perdita potenziale di 4 milioni di posti di lavoro. Nello stesso schieramento di Merz si levano voci contrarie, oltre che dagli alleati socialdemocratici nel governo federale. La sua riforma del lavoro non è affatto qualcosa di “destra”, anzi sarebbe un atto di dirigismo economico che si addice a partiti con inclinazioni molto socialisteggianti. Presupposto basilare per un liberale è lasciare libertà di scelta all’individuo, non far decidere lo stato al suo posto. In Italia, ad esempio, i fautori della stretta sul part-time sono stati negli anni passati i partiti di sinistra, specialmente il Movimento 5 Stelle con il famoso “Decreto Dignità” nel 2018.
Riforma del lavoro sbagliata: in Germania eccesso di assistenzialismo
Nel nostro Paese, l’attacco al part-time nasce più dalla convinzione che si tratti di un espediente delle imprese per precarizzare le condizioni del lavoro. In Germania, Merz sostiene la tesi opposta, ossia che sarebbero i lavoratori ad approfittare di questa possibilità per trascorrere più tempo libero. Come se fosse una colpa! Atteggiamento illiberale in entrambi i casi, perché esprime giudizi di valore sulle scelte (legittime) altrui e pretende che lo stato decida chi e quanto debba lavorare. Il cancelliere dovrebbe più che altro agire sull’eccesso di assistenzialismo, che disincentiva al lavoro e grava sulle casse dello stato.
Qualcosa ha fatto a proposito del Bürgergeld, il reddito di cittadinanza tedesco. E’ questo sistema generoso a distorcere le decisioni dei lavoratori.
giuseppe.timpone@investireoggi.it