Un’ora e mezza di telefonata di un’ora tra Donald Trump e Vladimir Putin, che dalla serata di ieri ha iniziato a ridare fiato alle borse e provocato la forte discesa del petrolio sotto i 90 dollari al barile (Brent). Il caso Iran è stato al centro del colloquio dopo che la Russia è stata tra i pochi Paesi al mondo ad essersi congratulata con il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio di Alì, rimasto ucciso da un raid USA. Il presidente americano ha subito dopo annunciato la fine imminente della guerra, sostenendo che gli obiettivi sarebbero stati quasi del tutto raggiunti.
Iran, Russia punta sul petrolio
I due leader si sono ripromessi di tenersi aggiornati e di sentirsi costantemente sui vari sviluppi, tra cui l’Ucraina. Trump è tornato a fare pressione su Kiev, sostenendo che debba trovare quanto prima un accordo con Mosca per impedirne l’ulteriore avanzata nel Donbass.
Per Putin una vittoria piena quella che si sta profilando in questi giorni di forti tensioni nel Medio Oriente. Ieri, ha di fatto ridisegnato insieme alla Casa Bianca la mappa del potere mondiale. Nel giro di una settimana, i rincari del petrolio scaturiti dalla chiusura di Hormuz hanno accresciuto le entrate per la Russia. E, soprattutto, questa è tornata più centrale che mai in Asia.
Non sappiamo se nel corso del colloquio telefonico i due abbiano affrontato il caso Venezuela e in quali termini. Sta di fatto che adesso è proprio la Russia ad avere il coltello dalla parte del manico con la Cina. Pechino si è trovata in poche settimane a dover fare a meno prima del petrolio importato da Caracas e ora di quello dall’Iran. Sarà costretta a comprarlo dal vicino senza più poter pretendere quel maxi-sconto strappato in questi anni di embargo dell’Occidente.
Riflessi sull’Occidente
E persino l’Europa è costretta a guardare ad Est con occhi diversi. Sempre ieri, la Russia ha offerto il proprio “aiuto” al Vecchio Continente, purché i contratti petroliferi vengano siglati a lungo termine. Ma la vera contropartita sarebbe geopolitica. Se, messa alle strette, l’Europa avesse bisogno del petrolio russo, difficilmente potrebbe poi mettersi di traverso a un eventuale accordo di pace poco onorevole per l’Ucraina. Probabile anche che il Cremlino pretenderebbe l’allentamento delle sanzioni e almeno il parziale “scongelamento” dei suoi asset.
Lo scenario geopolitico che sta emergendo, è il seguente: gli USA di Trump si riappropriano del controllo delle Americhe, impedendo alla Cina di trovare fornitori di materie prime nel “cortile di casa” degli yankee. Ciò costringerebbe Pechino a rivolgersi di più al suo vicino russo, che offre molte più garanzie su petrolio (e non solo) di altri fornitori asiatici come l’Iran. In pratica, una spartizione del mercato mondiale in aree regionali. Mosca potrà fare in parte meno dell’Europa come principale acquirente, dirottando le sue esportazioni principalmente in Cina e India.
Nuova Yalta aiuta Putin
Per Putin non si prospetta soltanto una vittoria in termini prettamente economici.
E’ sul piano geopolitico che la Russia trarrebbe vantaggio da una nuova Yalta. Non più potenza regionale appestata, bensì in grado di interloquire senza filtri con gli USA e con una certa influenza. Ne sta uscendo sminuita, invece, la Cina. Ha perso i suoi principali fornitori e si mostra vulnerabile alle mosse di politica estera di Washington. Inoltre, non si trova più nelle condizioni di poter trattare con la Russia da una posizione di forza e quasi con paternalismo. Infine, da “protettore” dell’Iran e già alleato dei sauditi, Putin si giocherà la carta del mediatore per salvare il pianeta da una catastrofe umanitaria ed economica. Magari dopo la guerra si ritaglierà il ruolo di controllore di Teheran. Estenderebbe così la sua influenza nel Golfo e nello stesso Occidente gli sarebbero in qualche modo grati.
giuseppe.timpone@investireoggi.it