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Mercato dei bond al test di un nuovo possibile shock energetico: similitudini e differenze con il 2022

Lo shock sul mercato dell'energia di queste ore rievoca quanto accadde nel 2022 con la guerra tra Russia e Ucraina sul mercato dei bond.
2 Marzo 2026
Mercato dei bond al test del nuovo shock energia
Mercato dei bond al test del nuovo shock energia © Investireoggi.it

Quando il 24 febbraio del 2022 la Russia invase l’Ucraina, il prezzo del petrolio esplose sul mercato internazionale con il Brent a superare nell’estate di quell’anno i 120 dollari al barile. Peggio andò al gas europeo, che alla fine del mese di agosto avrebbe toccato il record storico dei 340 euro per Mega-wattora contro una media di 15-25 euro prima della guerra. Lo shock dell’energia colpì particolarmente i bond, specie a lunga scadenza. I prezzi crollarono e i rendimenti s’impennarono ai massimi da diversi anni. Nell’autunno del 2023 si sarebbero portati ai livelli dei primi anni 2000.

Nuovo shock dall’energia sui bond?

Con la guerra in Iran c’è il timore che possa ripetersi lo stesso scenario. Per il momento, gli elevati ordini del BTp Valore marzo 2032 nella prima giornata del collocamento stanno allontanando il timore di una perdita di interesse per il mercato a reddito fisso da parte degli investitori. Gli stessi rendimenti sovrani restano poco variati rispetto alla chiusura di venerdì scorso. Segno che non c’è panico, sebbene le borse europee registrino un tonfo degli indici.

Come regolarsi rispetto agli accadimenti di 4 anni fa? L’errore che un investitore può commettere quando si verifica un evento imprevisto o, comunque, dirompente è di pensare di associarlo in maniera automatica ad altre crisi del passato, magari anche recente. La realtà è diversa da quella statica che immaginiamo, spesso anche solo per convenzione. Le condizioni si evolvono grazie alle reazioni di consumatori, imprese, lavoratori, investitori e governi.

Lezione dagli anni ’70

Lampante l’esempio degli anni Settanta. Quando nel 1973 si scatenò la prima crisi petrolifera a causa dell’embargo inflitto dall’OPEC contro l’Occidente per il suo sostegno ad Israele nella guerra dello Yom Kippur, le quotazioni petrolifere quadruplicarono e l’inflazione mondiale esplose. Sei anni più tardi, la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini avrebbe portato alla caduta dello scià di Persia e alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.

Anche in quel caso, le quotazioni petrolifere s’impennarono per effetto delle tensioni geopolitiche e degli scioperi che avevano decimato le estrazioni interne. Solo che la reazione dei governi fu diversa. Gli Stati Uniti di Ronald Reagan e ancora prima il Regno Unito di Margaret Thatcher avallarono una dura stretta monetaria con conseguente maxi-rialzo dei tassi di interesse per sconfiggere l’inflazione. Missione compiuta nel giro di qualche anno. Il mercato dei bond avrebbe iniziato una fase di calo dei rendimenti lunga ben 40 anni, interrotta proprio dalla guerra in Ucraina.

Differenze con 2022

Anche l’attuale shock sul mercato dell’energia presenta differenze sostanziali con quello del 2022. Ed ecco perché i bond potrebbero accusare un colpo molto meno duro o scampare del tutto alla crisi. Con l’invasione dell’Ucraina l’Europa si trovò costretta dalla mattina alla sera a interrompere le relazioni commerciali con l’aggressore, da quale stava ancora comprando quasi il 40% del suo gas e il 27% delle importazioni di petrolio.

Il contraccolpo fu naturalmente durissimo: crollo dell’offerta e prezzi esplosivi.

Ci fu almeno un altro paio di condizioni ad avere acuito la crisi. Il mercato del petrolio allora usciva dalla pandemia, durante la quale l’OPEC aveva tagliato la produzione per sostenere la ripresa delle quotazioni dopo il collasso del 2020. Complici i pessimi rapporti tra Arabia Saudita (e Russia) con l’amministrazione Biden, il cartello non volle sentirne di reagire allo shock con un aumento della produzione. Infine, le banche centrali erano ancora iper-attive a sostegno dei bond con una politica monetaria ultra-espansiva. I tassi di interesse erano azzerati e nel caso dell’Eurozona negativi, mentre la liquidità sui mercati continuava ad affluire tramite maxi-acquisti obbligazionari.

Da Stretto di Hormuz poche consegne per l’Europa

Accadde che in fretta e furia le banche centrali dovettero alzare i tassi, cessare gli acquisti di bond e i governi dovettero nel frattempo sostenere le rispettive economie a colpi di sussidi. Un mix esplosivo, per cui l’offerta di capitali sui mercati aumentava e la domanda istituzionale si riduceva. I rendimenti sarebbero passati dal -0,35% al 2,60% per il Bund a 10 anni in appena 12 mesi. Le aspettative d’inflazione dovettero adeguarsi velocemente a un contesto geopolitico mutato, mentre oggi risultano in gran parte già incorporate nei prezzi dei bond.

In questo primo scorcio del 2026, le condizioni geopolitiche e di mercato sono molto diverse. In primis, la dipendenza energetica dalla Russia è stata recisa. Importiamo meno del 3% del petrolio e appena il 12% di gas da Mosca. Soprattutto, non è coinvolto direttamente un nostro fornitore nella guerra in Iran. Le consegne per l’Europa che transitano dallo Stretto di Hormuz sono il 4% del totale. E di offerta di petrolio ce n’è in abbondanza in questi mesi, tant’è che all’inizio dell’anno le quotazioni erano arrivate a scendere anche sotto 60 dollari al barile con la cattura di Nicolas Maduro.

Ruolo OPEC e rapporti con Trump

Inoltre, i sauditi hanno rapporti eccellenti con l’amministrazione Trump. E l’OPEC ha annunciato ieri un aumento della produzione di 206.000 barili al giorno da aprile. Infine, non arriviamo da una fase di interessi azzerati.

Nell’Eurozona, sono al 2% sui depositi bancari fin dal giugno scorso contro il -0,50% di 4 anni fa. Restano rischi legati alla non transitabilità dello Stretto di Hormuz, ma per il momento più di un indizio fa supporre che non stiano replicandosi le condizioni del 2022.

Shock energia e bond: nessun automatismo

Sul mercato dell’energia lo shock c’è, ma potrebbe essere temporaneo e limitato. Il Brent resta sotto 80 dollari e con un dollaro relativamente debole. Quando la Russia invase l’Ucraina, già da settimane viaggiava a ridosso dei 90 dollari. Da considerare anche il contraccolpo psicologico dell’essere passati dopo decenni di bassa inflazione (e sottozero in pandemia) a una crescita dei prezzi al consumo fino alla doppia cifra, cosa che provocò al tempo il collasso dei bond dai prezzi stellari a cui erano saliti. Oggi, le lunghe scadenze emesse in quegli anni trattano ancora a forte sconto sul secondario. C’è da stare con gli occhi aperti e valutare le condizioni di mercato giorno dopo giorno, ma senza panico.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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