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Il Venezuela verso la più grande ristrutturazione del debito della storia

Il Venezuela si accinge a varare la più grande ristrutturazione del debito nella storia mondiale e a quasi un decennio dal default.
25 Giugno 2026
Ristrutturazione del debito del Venezuela
Ristrutturazione del debito del Venezuela © Investireoggi.it

Il Venezuela sta per togliere il velo sul suo debito pubblico per proporre ai creditori un accordo entro l’anno e a distanza di quasi un decennio dal default. Secondo il Financial Times, il governo presieduto da Delcy Rodriguez indicherebbe in 240 miliardi di dollari la massa passiva da ristrutturare, ben oltre i 150-200 miliardi stimati dal mercato. L’importo includerebbe gli interessi passivi maturati e non pagati ai creditori negli ultimi anni. La notizia era stata diffusa prima che il terribile terremoto delle scorse ore provocasse ingenti danni materiali e vittime, eventualmente complicando una situazione finanziaria già difficilissima.

Composizione debito Venezuela

Il default in Venezuela scattò formalmente alla fine del 2017, quando Caracas non fu più in grado di onorare le scadenze.

Pesarono le sanzioni americane, che acuirono una situazione già divenuta difficilissima sul piano finanziario tra iperinflazione e collasso del Pil. L’evento creditizio riguardò bond per circa 60 miliardi di dollari, comprese le emissioni della compagnia petrolifera statale PDVSA. Stando alle stime odierne, questa sarebbe la composizione del debito:

  • $60 miliardi: bond sovrani e PDVSA
  • $30-50 miliardi: fornitori
  • $20+ miliardi: arbitrati internazionali (vedi espropri Exxon, ConocoPhillips, ecc.)
  • ca $120 miliardi: debito bilaterale (Russia, Cina e altri) + interessi arretrati

Riavvicinamento agli USA

A parte i bond, il debito risulta perlopiù essere stato contratto in passato verso creditori bilaterali come Russia e Cina, mentre una porzione importante delle esposizioni si ha nei confronti di fornitori privati. Considerate che molti di questi furono impossibilitati a convertire i ricavi incassati in valuta locale. Ad esempio, le compagnie aree straniere hanno da anni sospeso i voli dopo avere accumulato miliardi di dollari di fatturato rimasto intrappolato in bolivares, che ai tassi di cambio di mercato non varrebbe più nulla.

L’obiettivo della ristrutturazione del debito per il Venezuela sarebbe di ritornare sui mercati finanziari dopo la lunghissima assenza. Rodriguez vuole approfittare del cambio di atteggiamento del governo americano, che con il presidente Donald Trump ha arrestato l’ex dittatore Nicolas Maduro con il blitz del 3 gennaio scorso. Anziché perseguire un vero cambio di regime, Washington ha lasciato intatto quest’ultimo in cambio dell’apertura ai capitali stranieri per il settore petrolifero.

Estrazioni di petrolio in recupero

La strategia inizia a funzionare sul piano strettamente economico. L’economia è in ripresa e le estrazioni stanno aumentando, pur ancora più che dimezzate rispetto ai massimi toccati nel decennio scorso. Le esportazioni petrolifere nel solo primo trimestre sono cresciute del 21,5% a 5,49 miliardi di dollari. Il maggiore afflusso di valuta straniera può contribuire a stabilizzare il tasso di cambio e i prezzi al consumo, ma i risultati per il momento appaiono scarsissimi. Il bolivar perde l’83% nell’ultimo anno, mentre l’inflazione a maggio è scesa al 524,5%, ai minimi dal dicembre scorso, ma pur sempre restando stratosferica.

Inflazione in Venezuela
Inflazione in Venezuela © Licenza Creative Commons

Bond Venezuela in forte rialzo

Vero è che s’inizia a notare qualche miglioramento su base mensile. L’inflazione è scesa al 6,3%, il dato più basso da ottobre 2024.

Ciononostante, essa implica una crescita tendenziale del 108%. Eppure, tanto è bastato negli ultimi mesi a rafforzare la fiducia tra gli obbligazionisti. I bond in dollari del Venezuela con scadenza nel 2038 sono arrivati a scambiare fino a 50 centesimi a maggio e tornando ai livelli pre-default, mentre ieri si compravano per circa 43 centesimi alla Borsa di Francoforte. Un anno fa, si aggiravano attorno ai 15 centesimi. Chi li comprò allora o persino ai prezzi minimi degli anni passati di 5-10 centesimi, oggi può rivenderli con grande profitto.

Bond 2038 in dollari del Venezuela
Bond 2038 in dollari del Venezuela © Licenza Creative Commons

Criteri per possibile ristrutturazione

Stando agli attuali dati, il mercato sconta una ristrutturazione del debito del Venezuela con un tasso di recupero (“recovery”) del capitale atteso al 50-60% e una perdita del 40-50%. I tempi saranno quasi certamente ancora lunghi. Anzitutto, perché la ripresa dell’economia è tutt’altro che raggiante. Il Pil dovrebbe essere aggiornato sui 100 miliardi. Valeva più di 300 miliardi nel 2008, ma tra il 2014 e il 2020 è collassato del 75%. A questi valori, il rapporto debito/Pil si attesterebbe al 240%. In pratica, anche solo volendo tendere al 100%, in sé già altissimo per un’economia emergente, servirebbe un haircut” del 60%.

Come avverrebbe la ristrutturazione? Diverse le modalità e non necessariamente l’una escludente l’altra, anzi quasi sempre si accompagnano:

  • taglio del capitale nominale o “haircut”: il bond sarà rimborsato al 40-50-?%, anziché al 100% del suo valore nominale;
  • taglio della cedola: il bond non pagherà più il tot%, bensì un tasso inferiore e magari indicizzato alla crescita del Pil;
  • allungamento delle scadenze o “rollover”: la durata prevista si allunga da tot a tot anni (ad esempio, da 10 a 15 anni);
  • conversione valutaria: i bond emessi in dollari, euro, ecc., saranno rimborsati in bolivares (ipotesi remota nel caso del Venezuela).

Debito Venezuela: rischi e speranze per creditori

Come dicevamo, il regime “chavista” a Caracas è rimasto in piedi. Questo rende poco probabile il coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale nella negoziazione con i creditori. In fondo, stiamo parlando di una dittatura comunista dai toni polemici contro l’architettura finanziaria globale. Ma senza l’istituto di Washington non c’è accordo che tenga con i creditori esteri. Esso serve a garanzia della sua esecuzione nel quadro della sostenibilità macroeconomica. Per lo stato andino c’è il rischio holdout, vale a dire che una minoranza di creditori si opponga all’accordo e adisca le vie legali. Accadde nei decenni passati all’Argentina di Cristina Fernandez de Kirchner con esiti disastrosi per la credibilità internazionale di Buenos Aires.

E’ importante capire che la ristrutturazione del debito di cui stiamo parlando per il Venezuela si accompagni a quella di natura industriale (petrolio) e geopolitica (riavvicinamento opportunistico agli Stati Uniti) in corso. Non ci sarebbero le condizioni effettive per negoziare un’intesa, data la carenza di riserve valutarie per provvedere ai pagamenti in favore dei creditori e l’elevatissima instabilità macro persistente. Ma Rodriguez vuole attirare capitali stranieri nell’industria del petrolio, così da accrescere estrazioni e afflussi di dollari. Washington ha ritirato le sanzioni e guarda ora con favore alla normalizzazione di Caracas. Questa è la grande differenza con i mesi scorsi. Non basta a cambiare i numeri, ma inizia a prospettare una via di uscita dopo quasi un decennio all’insegna dell’impasse più assoluto.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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