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Trump e Xi negoziano il costo della fine della globalizzazione gratuita

Fine della globalizzazione gratuita al centro del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping in Cina per riscrivere le regole dell'ordine mondiale
14 Maggio 2026
Fine della globalizzazione gratuita
Fine della globalizzazione gratuita © Investireoggi.it

Un vertice attesissimo quello che si è tenuto oggi tra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping a Pechino. I due uomini più potenti della Terra si sono incontrati dinnanzi all’incantevole Tempio del Cielo, non per caso patrimonio Unesco. Era lì che nei secoli passati si compivano sacrifici per invocare buoni raccolti e pace. I due capi di stato si sono trovati a discutere, invece, su come gestire la fine della globalizzazione gratuita com’è stata nei tre decenni passati. Perché è di questo che stiamo parlando, ossia della riscrittura delle regole per il nuovo ordine mondiale.

Fine globalizzazione gratuita dopo decenni

Cerchiamo di capire meglio questo punto fondamentale. Per 30 anni l’Occidente ha avuto a disposizione merci a basso costo, perlopiù provenienti dalla Cina. Ciò ha consentito alle sue imprese di tenere bassi i costi di produzione e alle economie di mettersi alle spalle i problemi d’inflazione. I margini di profitto sono stati elevati e le filiere lunghe sembravano garantire massima efficienza produttiva.

La Cina ne ha approfittato anch’essa con le esportazioni in mercati di sbocco grandi e ricchi, avendo al contempo accesso alla tecnologia occidentale necessaria per superare il notevole ritardo accumulato nei decenni e secoli precedenti. Il surplus commerciale ha garantito al Dragone l’afflusso di enormi quantità di dollari, in grossa parte reinvestiti negli Stati Uniti per acquistare titoli del debito. Una situazione “win-win”, che all’apparenza rendeva tutti soddisfatti.

Verso decoupling programmato

Era per l’appunto la globalizzazione gratuita, nel senso di benefici reciproci e automatici “rules-based”. Covava da tempo, a dire il vero, un senso di profonda insoddisfazione nell’opinione pubblica prima e nelle classi dirigenti occidentali dopo.

Washington ritiene che l’economia americana sia diventata eccessivamente dipendente dalla Cina, con annessi rischi sul piano strategico, militare e tecnologico. Dalle terre rare ai semiconduttori, dalla farmaceutica alle batterie per auto elettriche fino all’Intelligenza Artificiale, adesso ritiene che sia meglio tendere a un sano decoupling.

Per giungere alla separazione, il governo americano punta esplicitamente al “reshoring”, cioè al rimpatrio delle filiere produttive. Attenzione, non sta immaginando un ritorno alle dimensioni nazionali di un tempo, bensì alla creazione di filiere in aree economiche più omogenee. L’Occidente delocalizzerebbe al suo interno, minimizzando così i rischi di cui sopra e riducendo le pressioni sui costi per effetto di standard di vita sostanzialmente simili tra le varie economie che lo compongono. La tensione competitiva a carico delle sue imprese si ridurrebbe.

Interdipendenza resta

Ma la fine di questa globalizzazione gratuita sarà costosa. Produrre più vicino casa, significa aumentare i costi e di riflesso i prezzi al consumo. Inoltre, l’interdipendenza resta: la Cina dispone delle materie prime e l’Occidente dei capitali. Le une senza gli altri non vanno da nessuna parte. E viceversa. Una qualche forma di collaborazione si rende necessaria. Se Pechino vietasse le esportazioni di terre rare, addio a transizione energetica, IA e a gran parte di prodotti elettronici già di uso quotidiano da tempo.

Non è un caso che Xi abbia citato Tucidide sull’evitabilità dei conflitti grazie alla collaborazione.

Possibile scambio Iran-Taiwan

Il succo del discorso riguardo al vertice Trump-Xi si può riassumere tutto qui. Le prime due potenze mondiali stanno negoziando le nuove regole globali. Come dimostra la guerra in Iran, la solitudine in politica estera porta a sbattere. Gli Stati Uniti si sono infilati da soli nel vicolo cieco di Hormuz e per uscirne stanno avendo bisogno della possibile mediazione cinese. A sua volta, la stessa Cina ha bisogno che la guerra finisca al più presto, essendo dipendente dalle importazioni di petrolio del Golfo Persico.

L’aiuto di Xi a Trump non sarà gratuito, specie dopo avere ottenuto nell’ultimo anno una sfilza di dazi ed embarghi commerciali ai danni delle proprie imprese. Ha già alzato la posta su Taiwan: l’America deve fermare la vendita di armi all’isola. Probabile che il punto di caduta sia un altro, ossia il mantenimento dello status quo per i prossimi anni, se non decenni. Non ci sarà la riunificazione tanto ambita (a parole) dal governo cinese, ma neppure un riconoscimento diplomatico di Washington e suoi alleati delle istituzioni a Taipei.

Fine globalizzazione gratuita con Europa marginale

In tutto questo l’Europa non è neppure consultata. E se almeno in passato le posizioni del governo americano tenevano un minimo conto degli interessi geopolitici del nostro continente, adesso non è così. La marginalità europea è totale. La fine della globalizzazione gratuita sta avvenendo sopra le nostre teste. Il migliore scenario possibile sarebbe che, per pura casualità, gli interessi americani a tratti coincidessero con i nostri. Sui dazi abbiamo avuto un assaggio: Washington chiude il suo mercato alla Cina, che dirotta le esportazioni in Europa e la inonda di prodotti a basso costo, aggravando la situazione delle imprese locali.

La stessa guerra in Iran svela la condizione di estrema debolezza europea. I grandi si parlano tra loro e riescono in qualche modo a resistere per il momento al caro energia. Al contrario, il Vecchio Continente subisce le conseguenze della chiusura di Hormuz senza alcun sollievo.

Non disponendo di materie prime e avendo già chiuso alle importazioni dalla Russia, rischia da qui a poche settimane di dover lasciare a terra gli aerei e di imboccare la strada del “lockdown” energetico. Di noi a Pechino nelle discussioni non c’è traccia.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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