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Trump perde sui dazi, ora la Fed può indebolire il dollaro?

La sconfitta dell'amministrazione Trump sui dazi davanti alla Corte Suprema può spingere la FED a tagliare i tassi per svalutare il dollaro.
23 Febbraio 2026
FED, dollaro e tassi
FED, dollaro e tassi © Investireoggi.it

Una bocciatura sul metodo e non sul merito, ma che alimenta sin da subito l’incertezza globale sui dazi USA. La Corte Suprema ha picconato con la sentenza di venerdì scorso uno dei pilastri della politica economica di questa seconda amministrazione Trump. Il presidente non avrebbe potuto usare l’International Emergency Economic Powers Act, una legge del 1977 che si può usare solo in caso di urgenza ed emergenza nazionale. Non sono stati giudicati tali né il cronico deficit commerciale, né l’allarme legato alla diffusione di fentanyl e contro cui la Casa Bianca ha usato la leva delle tariffe nei confronti di Messico, Canada e Cina.

Il mondo resta a guardare e nessuno sembra volere esultare davvero: la FED avrebbe ora spazio per tagliare i tassi di interesse per svalutare il dollaro?

FED, tassi e dollaro: cosa succede ora?

Torniamo a venerdì sera. Donald Trump non era impreparato alla bocciatura, sebbene l’abbia commentata con parole durissime, arrivando a sostenere che la Corte sarebbe alla mercé di poteri stranieri. Tuttavia, ha fatto subito presente che si rifarà ad un’altra legge, stavolta del 1974, Section 112 del Trade Act, per imporre un dazio extra del 10% su tutte le importazioni dall’estero. Dopo poche ore, ha avvertito che sarà del 15%.

La confusione regna sovrana. L’UE ha chiesto agli USA di sapere che fine abbia fatto l’accordo commerciale sottoscritto nell’agosto scorso e che impone dazi aggiuntivi del 15% sulle nostre esportazioni. Un problema che hanno decine di altri stati. Washington ha fatto sapere che tali accordi restano in piedi e di comportarsi di conseguenza. L’oro sta reagendo già salendo questa mattina fin sopra i 5.170 dollari l’oncia.

In un clima di incertezza, il mercato compra sempre gli asset più solidi. Soprattutto, si chiede cosa farà adesso il governo americano.

Incognita inflazione USA

I dazi di Trump furono considerati sin dall’inizio inflattivi: accrescono i costi delle importazioni, per cui anche i prezzi al consumo per le famiglie americane. C’è da dire che il rischio si è materializzato solo in parte. L’inflazione USA era al 2,3-4% prima dei dazi ed è salita fino a un massimo del 3% a settembre, scendendo al 2,4% di gennaio. Tanto è bastato, però, per spingere la FED alla prudenza sui tassi di interesse. Il governatore uscente Jerome Powell ha evitato di tagliarli ancora dopo dicembre, lasciandoli al 3,50-3,75% a gennaio. Probabile che passerà la patata bollente al successore designato Kevin Warsh, in attesa di nomina ufficiale dal Senato USA.

Esistono due scenari alternativi: il primo che Trump riesca già da domani, come promesso, a ripristinare i dazi aggiuntivi del 10-15% e in buona sostanza riparerebbe il “danno” accusato con la sentenza; il secondo che non ci riesca, magari per la crescente opposizione in seno ai repubblicani, timori di perdere le elezioni di metà mandato con il rinnovo del Congresso a novembre. A questo punto, il rischio inflazione di cui sopra si allenterebbe.

Anzi, i costi delle importazioni si ridurrebbero, tornando ai livelli pre-dazi. E questo offrirebbe alla FED margini di manovra per tagliare i tassi, dato che l’inflazione si starebbe già adesso portando verso il target del 2%.

Verso maxi-valutazione del cambio?

Qui, Trump potrebbe perseguire lo stesso obiettivo con metodi diversi: la svalutazione del dollaro. Ebbene sì, l’intento di rivitalizzare le esportazioni non passerebbe più per i dazi, bensì per il cambio. Questi perde già circa l’11-12% contro le principali valute dai massimi toccati prima del reinsediamento alla Casa Bianca. E se il tycoon decidesse di indebolirlo di un altro 10-15% per sterilizzare totalmente gli effetti della sentenza? Ci ritroveremmo con un cambio euro-dollaro a 1,30-35 dal range di 1,15-1,20 di questi ultimi mesi. Le aziende europee venderebbero sul mercato USA senza più tariffe aggiuntive, ma i loro prezzi in dollari risulterebbero più alti per i consumatori americani.

Per giungere a tale obiettivo servirebbe un maxi-taglio dei tassi FED, cosa che fino a venerdì sembrava impensabile e che oggi lo è molto meno. A patto, naturalmente, che Trump non riesca in qualche modo a fare rientrare dalla finestra ciò che è ufficialmente uscito dalla porta. Potrebbe anche verificarsi una situazione spuria: dazi riattivati parzialmente (5-10%?) e svalutazione del dollaro meno cruento (5-10%?). Per il momento, nessuno sui mercati scommette più di tanto verso una qualche direzione. Tutti vogliono capire prima come si muoverà Washington. Se la reazione avvenisse sul cambio, ci sarebbero effetti dirompenti per la finanza mondiale. Le aspettative d’inflazione s’indebolirebbero nell’Eurozona al punto da spingere i rendimenti a lunga scadenza verso il basso e la Banca Centrale Europea a tagliare i tassi. Un esito all’apparenza positivo per noi, anche se tra minori dazi ed euro forte bisognerebbe vedere l’impatto su export e crescita.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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