Il mercato obbligazionario lo segnala da tempo e la pressione sulla Banca del Giappone per una vera svolta sui tassi di interesse si sta intensificando. Il rendimento a 20 anni è salito al 3,495%, ai massimi dal 1997. In rialzo anche il rendimento trentennale al 3,83% e del decennale al 2,59%. E il bond a 2 anni rende ormai quasi il doppio del costo del denaro ufficiale: 1,40% contro 0,75%. L’istituto guidato da Kazuo Ueda sta rimanendo molto dietro alla curva e a pagare è lo yen. Il cambio contro il dollaro è salito sopra 160 nel mese di aprile, costringendo ad un intervento sul mercato forex per scoraggiare le speculazioni contro la valuta nipponica.
Svolta in Giappone sui tassi verso il 2%
Il Giappone sta cercando di guadagnare tempo, ma per l’OCSE starebbe arrendendosi alla svolta sui tassi. L’organizzazione con sede a Parigi prevede che saliranno al 2% entro la fine del 2027. Tra aspettative d’inflazione in crescita, solido aumento degli stipendi e Pil attorno al potenziale, non rimarrebbe altra opzione a Tokyo. La stretta monetaria porterebbe il costo del denaro ai livelli più alti dal 1993, sempre che l’OCSE avesse ragione. Si tratterebbe di un evento generazionale. Da decenni i tassi sono fissati a livelli infimi in una delle principali economie mondiali. Ciò ha alimentato un proficuo “carry trade“ e un deflusso dei capitali verso il resto del mondo a caccia di remunerazione.

Inflazione in risalita e debito altissimo
L’uscita dalla lunga deflazione era iniziata ben prima che iniziasse la guerra in Iran. Senza dubbio, però, il caro energia provocato dalla chiusura di Hormuz sta contribuendo alla risalita dell’inflazione.
Essa è stata placata negli ultimi mesi dai sussidi del governo in favore dei beni di prima necessità. Fu così che nell’ottobre scorso debuttava la premier Sanae Takaichi alla guida del governo. Una politica premiata dagli elettori al voto anticipato di febbraio, dove il suo Partito Liberal Democratico ha trionfato oltre ogni previsione.
Ma la lotta all’inflazione della Banca del Giappone contrasta con gli obiettivi del governo. L’aumento dei tassi restringe gli spazi fiscali, in quanto aumenta la spesa per interessi su un debito monstre superiore al 235% del Pil. Ecco perché la svolta finora non è arrivata. A fronte di prezzi al consumo saliti nell’autunno scorso anche del 3%, i tassi sono stati portati solamente all’attuale 0,75%. Molto probabile che arriveranno all’1% con il board di giugno. Una lentezza che si spiega con il timore di provocare una crisi fiscale a causa del maggiore costo del debito.
Inerzia affossa yen
D’altra parte, rimanere fermi con le altre banche centrali che da anni restringono le condizioni monetarie comporta un costo. Lo yen si è deprezzato di oltre il 30% in 5 anni contro il dollaro, portandosi fino ai minimi da 40 anni. L’indebolimento del cambio innesca una spirale inflazionistica per via dei rincari alimentati dalle importazioni.
Le conseguenze della svolta sui tassi non stanno rimanendo confinate al Giappone. La domanda di bond in Europa e Nord America si sta riducendo, ceteris paribus, a causa dei minori capitali nipponici a disposizione. Questi stanno rimpatriando grazie all’aumento dei rendimenti domestici.
La stessa borsa americana rischia. Per molti anni i flussi da Tokyo alimentavano la corsa degli indici azionari, ma adesso che questo trend si sta invertendo, viene meno uno dei principali sostegni ai prezzi. Avevamo dato per scontato un meccanismo che andava avanti indisturbato da inizi anni Novanta e che si reggeva sulla deflazione giapponese. Un’era finita e che sta già facendo tremare i mercati con lo svanire di certezze consolidate tra investitori e policy makers.
giuseppe.timpone@investireoggi.it