Tra poco la Banca Centrale Europea (BCE) annuncerà il suo primo rialzo dei tassi di interesse per l’Eurozona dal settembre del 2023. Sarà quasi certamente dello 0,25% e porterà il tasso sui depositi bancari al 2,25%, sui prestiti principali al 2,40% e sui prestiti marginali al 2,65%. Una misura, che in molti temono possa portare ad una stretta creditizia nel settore privato. Senza volerci girare intorno, vi spiegheremo che è proprio questo l’obiettivo intermedio di Francoforte, posto che l’obiettivo finale consiste nel frenare l’aumento dei prezzi al consumo, cioè l’inflazione.
Stretta creditizia settore privato non iniziata
Questa è salita al 3,2% a maggio, ai massimi dal settembre del 2023.
Era sotto il 2% prima che iniziasse la guerra tra USA e Iran. Sono proprio i rincari dell’energia ad avere scatenato la ripresa dei prezzi. E sta iniziando a contagiare anche il resto del paniere, se è vero che l’inflazione “core” è salita al 2,5% dal 2,3% di aprile. Anche in questo caso, sopra il target del 2%.
Dicevamo sui timori per una stretta creditizia nel settore privato. Ad oggi, non risulta esserci ancora stata. I prestiti alle famiglie nell’Eurozona sono saliti del 3% in aprile, stessa percentuale di marzo. E i prestiti alle imprese sono aumentati del 3,4%, in accelerazione dal 3,1% del mese precedente. Sebbene non sia una fotografia aggiornatissima della situazione, possiamo affermare che i dati disponibili smentiscano che la contrazione del credito nell’area sia già iniziata.
Tassi interbancari già in rialzo
E c’è un altro indicatore a svelare le ragioni dei “falchi” sul rialzo dei tassi. L’aggregato monetario M3, che misura la liquidità in senso ampio, sempre in aprile era aumentata del 3%, pur in lievissimo calo rispetto a marzo e in decelerazione dal +3,6% di marzo.
Insomma, urge convincere il settore privato che il costo del denaro sarà più alto nei prossimi mesi. Ad essere sinceri, il mercato lo ha già scontato. L’Euribor a 3 mesi è atteso per fine anno a quasi il 3,80%, implicando un triplo rialzo dei tassi dello 0,25% ciascuno. Trattasi del parametro a cui sono agganciati i mutui a tasso variabile.
Lo stesso IRS a 30 anni, che è un riferimento per i mutui a tasso fisso a lunghissima scadenza, è salito da fine febbraio di circa un quarto di punto percentuale in area 3,25%. Questo significa che l’insieme dei mutui tende già a rincarare, un fatto che non si è ancora tramutato in una stretta creditizia nel settore privato, ma sembra che sia questione di tempo. Tassi più alti disincentivano la domanda di prestiti e riducono investimenti e consumi di beni durevoli.

Recessione contro inflazione
C’è chi parla di errore di politica monetaria, visto che la ripresa dell’inflazione è generata da uno shock dell’offerta e non da un surriscaldamento della domanda. Ma fu così anche nel 2022 e la BCE dovette correre ai ripari dopo avere snobbato i rincari energetici per mesi, alzando i tassi di 450 punti base (4,50%) in meno di due anni.
Non dovrebbe andare così questa volta, in quanto lo shock è stato meno traumatico e, auspicabilmente, durerà di meno. Ma la riapertura dello Stretto di Hormuz viene rinviata di settimana in settimana in quella che sembra essere diventata una partita a scacchi tra Teheran e Washington sulla pelle dell’economia mondiale.
Perché la BCE persegue la stretta creditizia nel settore privato, pur non dichiarandolo al pubblico? Solo contraendo la disponibilità del denaro si colpisce l’inflazione e si raffreddano le aspettative future. Quando le imprese e famiglie hanno minore accesso alla liquidità per investire e consumare, la domanda globale si riduce e con essa anche la corsa dei prezzi. Per dirlo in maniera cinica e onesta, la disinflazione deve passare per una fase recessiva dell’economia. E più una banca centrale tentenna ad intervenire, più marcata e lunga rischia di essere tale crisi, dato che bisognerà raffreddare aspettative d’inflazione nel frattempo sfuggite di mano.
Stretta creditizia settore privato dipende da Hormuz
Quanti saranno i rialzi dei tassi? Anche il Bund a 2 anni, che tende a seguire l’Euribor a 3 mesi e, quindi, il tasso sui depositi BCE, segnala una possibile tripla stretta monetaria entro l’anno. La seconda arriverebbe a settembre e la terza a dicembre. Tuttavia, quest’ultima potrà dipendere dall’evoluzione del mercato energetico nei prossimi mesi. Se le quotazioni di petrolio e gas si saranno per allora normalizzate, Francoforte potrà fare a meno di colpire duro. E come sempre, il mercato avrà anticipato il tutto con un ripiegamento dei rendimenti obbligazionari e dei tassi interbancari. La speranza per l’istituto è che la stretta creditizia nel settore privato sarà stata sufficiente a sgonfiare i prezzi, senza un provocare calo del Pil.

giuseppe.timpone@investireoggi.it