C’è aria di riforma per i Piani individuali di risparmio, noti con l’acronimo PIR, ad un decennio dalla loro introduzione legislativa. La premier Giorgia Meloni vuole potenziare lo strumento a beneficio delle piccole e medie imprese italiane, lamentando gli scarsi investimenti nell’economia reale da parte dei fondi pensione. Intervenendo all’assemblea di Confindustria di questa settimana, ha notato l’anomalia di “260 miliardi dei lavoratori” investiti per appena 40 miliardi nel nostro tessuto produttivo. Assogestioni ha apprezzato l’apertura alla revisione di uno strumento, che negli anni passati aveva suscitato grosse speranze, ma che alla prova dei fatti si è rivelato un mezzo flop.
PIR: come funzionano
I PIR sono strumenti di investimento con numerosi benefici fiscali. I rendimenti sono esentasse e sugli investimenti non si applicano le imposte di successione. Ma esistono numerosi paletti da rispettare. Anzitutto, i fondi devono investire almeno il 70% delle risorse in bond e azioni emessi da società con sede in Italia. Di questo 70%, almeno il 25% deve riguardare società quotate all’infuori dell’indice FTSE MIB e un altro 5% società all’infuori anche dall’FTSE Mid Cap.
Ciascuna persona fisica può investirvi fino a 40.000 euro all’anno e fino ad un massimo di 200.000 euro, ma non può risultare titolare di più di un PIR. Questi deve essere mantenuto in portafoglio per almeno 5 anni, altrimenti i benefici fiscali decadono. Dal 2020 esistono anche i PIR alternativi, una versione ancora più restrittiva e in base alla quale il 70% delle risorse deve essere investito in bond o azioni emessi da società esterne all’FTSE MIB e FTSE Mid Cap.
Salgono i limiti dell’investimento: 300.000 euro all’anno e fino a 1,5 milioni complessivi.
Investimenti sottotono
Al 31 dicembre 2025, gli asset gestiti dai fondi “PIR-compliant” ammontavano a 26 miliardi di euro. Di questi, 2,3 miliardi riguardavano i PIR alternativi. Un dato non soddisfacente, se si pensa che parliamo di uno strumento in vigore da un decennio. A conti fatti, vale a tutt’oggi poco più dell’1% del Pil. Si discute da anni su quali riforme apportare per agevolare gli investimenti. Uno dei punti critici ha a che fare con le limitazioni poste agli investitori. Tuttavia, i dati raccontano una verità differente: l’investimento medio in un PIR ordinario è di circa 15.000 euro e in un PIR alternativo di 120.000 euro. In entrambi i casi, ben sotto i limiti consentiti.
Propositi di riforma
Quale sarebbe il grosso freno? C’è scarsa conoscenza di questo strumento, non c’è dubbio. Ma di certo a ridurne l’appeal è il tempo minimo di attesa dei 5 anni per disinvestire esentasse. Il governo vorrebbe ridurlo, così da consentire alle famiglie con esigenze di liquidità di uscire prima dal mercato senza perdere i benefici fiscali. Tra l’altro, per i PIR alternativi sottoscritti dal 2021 è concesso anche un credito d’imposta del 10% per compensare le minusvalenze entro i successivi 15 anni. Un’altra idea sarebbe di estenderlo al 20% e magari di ridurre il periodo di tempo entro cui consentire le compensazioni.
L’idea più forte della premier, tuttavia, sarebbe un’altra: un accordo con i fondi pensione per destinare in automatico ai PIR una piccola quota (3-5%) dei nuovi sottoscrittori. Considerati i numeri, non è detto che il salto quantitativo ci sarebbe in tempi rapidi. Il settore sin dall’inizio eccepisce un forte limite dettato dalla scarsa liquidità degli strumenti a cui i fondi sono vincolati ad investire per il 21% (30% del 70%) delle risorse complessive. Se da un lato il legislatore intese al tempo sostenerne il mercato, dall’altro è proprio questo aspetto a tenere alla larga i risparmiatori. Poiché rivendere azioni e bond delle PMI è più complicato per i fondi, i rischi per chi investe aumentano.
PIR più flessibili o rischio flop
Ecco perché gli operatori chiedono al governo di rendere più flessibili tali vincoli, magari consentendo temporalmente ai fondi di scendere sotto i minimi fissati. D’altra parte, non è che quelle che noi definiamo “grandi” imprese nel confronto internazionale se la passino granché bene. Risultano spesso sottocapitalizzate e con accesso limitato al mercato dei capitali. L’idea di far espandere le PMI per legge non funziona, mentre è certo che avremmo bisogno di realtà aziendali più solide per fronteggiare la concorrenza estera e investire in innovazione tecnologica come l’Intelligenza Artificiale. I PIR così come sono stati congegnati, hanno un impatto limitato.
giuseppe.timpone@investireoggi.it