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Oggi: 06 Lug, 2026

Portabilità del contributo datoriale: ora inizia la vera concorrenza tra i fondi pensione

Da ottobre sarò consentita la portabilità del contributo datoriale per i fondi pensione, una novità che potrà aumentare la concorrenza.
6 Luglio 2026
Portabilità del contributo datoriale
Portabilità del contributo datoriale © Investireoggi.it

Ci sono due importanti novità per i lavoratori italiani. Una è scattata dallo scorso 1 luglio e prevede l’iscrizione automatica per i neoassunti al fondo di categoria. In esso confluiranno il TFR e gli eventuali contributi a carico del datore di lavoro e dello stesso lavoratore secondo il CCNL di riferimento. La seconda novità ha a che fare con la portabilità del contributo datoriale, che dal prossimo 1 ottobre sarà consentita nel caso in cui il lavoratore decidesse di cambiare fondo pensione.

Portabilità contributo datoriale

Iniziamo dalla prima. Il lavoratore avrà tempo 60 giorni per opporsi tramite la compilazione dell’apposito modulo. L’intento del legislatore è di stimolare le adesioni ai fondi pensione, rafforzando il secondo pilastro previdenziale.

Adesso, serve anche renderlo più appetibile dopo il superamento delle resistenze iniziali. Cosa accade finora? Il lavoratore può cambiare fondo pensione dopo almeno 2 anni dall’iscrizione, ma il contributo datoriale resta nel precedente.

Di fatto, questa limitazione riduce le probabilità che un lavoratore passi da un fondo all’altro e, a monte, che vi s’iscriva. Ora che sarà consentita anche la portabilità del contributo datoriale, aumenterà la spinta ad aderire a un fondo privato grazie alla possibilità di cambiare nel caso si presentasse in futuro una scelta migliore. Si passa da un approccio dirigista ad uno liberale e più individuale. Il legislatore riconosce finalmente l’ovvio: i contributi sono del lavoratore e versati anche dal datore di lavoro in suo favore.

Maggiore concorrenza tra fondi pensione

Cosa può accadere con la portabilità del contributo datoriale? Come detto, l’appeal dei fondi pensione aumenterà e ridurrà le barriere psicologiche all’ingresso su questo mercato.

Dopodiché, si pongono le condizioni per una maggiore concorrenza tra fondi per strapparsi reciprocamente gli iscritti. Venendo rimosso uno dei principali blocchi alla mobilità, tutti hanno convenienza a migliorare di continuo le condizioni offerte. In pratica, rendimenti netti effettivi più alti e costi più bassi.

La liberalizzazione serve agli stessi fondi per migliorarsi. Nessun automatismo viene garantito. I lavoratori potrebbero mostrarsi restii a cambiare gestore dei loro contributi con maggiore celerità. Ci sono blocchi psicologici da non ignorare. Non è come cambiare il fornitore di luce, gas o telefono. Alcune scelte sono percepite come più “stabili”, quasi definitive. La caccia al rendimento presuppone anche l’assunzione di un rischio più elevato. E molti iscritti troveranno sconveniente esporsi maggiormente alla volatilità dei mercati finanziari.

Rendimenti fondi italiani 2015-2024

Cosa dicono i dati COVIP? Nel decennio 2015-2024, i fondi pensione in Italia hanno offerto un rendimento medio annuo composto del 2,2% per i negoziali, del 2,4% per gli aperti e del 2,9% per i PIP. I fondi garantiti sono stati molto più avidi: 0,5-1%. Un po’ meglio, ma non troppo, è andata con i fondi obbligazionari: 0,5-1,5%. Decisamente più interessanti fondi bilanciati: 2,5-3%. Infine, i fondi azionari hanno reso tra il 4,5% e il 5% e con punte superiori al 7% negli ultimissimi anni. Di contro, il TFR ha offerto in media il 2%.

Ecco perché certi automatismi non devono essere dati per scontati neppure con la portabilità del contributo datoriale. Rendimenti più alti sono il riflesso di una maggiore propensione al rischio, attitudine non certo diffusa tra i lavoratori con obiettivi previdenziali e non speculativi. Serve anche un cambiamento mentale da parte della popolazione italiana per approfittare delle opportunità che il mercato dei capitali offre. Stando ai numeri di cui sopra, fare meglio del TFR presuppone di puntare almeno sui fondi bilanciati, cioè inserendo una componente azionaria significativa nel proprio portafoglio d’investimenti. Senza, si rischia di fare anche peggio e di dare ragione ai tutori dello status quo.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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