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Oggi: 13 Gen, 2026

Petrolio tra rischio Iran e surplus globale: perché i prezzi non decollano

Malgrado le proteste in Iran e il massacro perpetrato dal regime, i prezzi del petrolio restano stabili sui mercati internazionali.
11 ore fa
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Prezzi del petrolio stabili, malgrado l'Iran
Prezzi del petrolio stabili, malgrado l'Iran © Investireoggi.it

Considerate le forti tensioni geopolitiche di questa fase, possiamo affermare che la relativa stabilità dei prezzi del petrolio appare quasi anomala. Mentre scriviamo, il Brent si acquista per poco più di 63 dollari al barile e segna un calo di 29 centesimi sui mercati. Nel frattempo, in Iran il regime dell’ayatollah Khamenei spara contro i manifestanti nelle piazze e finora avrebbe ucciso almeno 544 persone. Un massacro che rischia di scuotere la Repubblica Islamica dalle fondamenta, ma evidentemente non gli investitori.

Prezzi del petrolio stabili, malgrado proteste in Iran

L’Iran è tra i principali produttori di petrolio al mondo con una quota di mercato attorno al 3%, pari ad oltre 3 milioni di barili al giorno. Le proteste contro il carovita di queste settimane si sono trasformate in una sfida aperta alla legittimità del regime islamista. Le conseguenze geopolitiche ed economiche di una sua eventuale caduta sarebbero dirompenti. Nel 1979, quando gli scioperi contro lo scià portarono alla chiusura delle raffinerie, i prezzi del petrolio esplosero sui mercati internazionali. C’è il rischio che possa accadere di nuovo?

La vera differenza risiede nel fatto che allora le proteste portarono alla nascita di un regime anti-occidentale, mentre adesso si verificherebbe l’opposto. E un Iran non più sanzionato dall’Occidente e tornato meta dei capitali stranieri aumenterebbe l’offerta di petrolio nel medio e lungo termine. Nel breve, però, c’è da scommettere sui colpi di coda del regime.

Il timore più grande riguarda lo Stretto di Hormuz, che già nel recente passato Teheran ha usato come minaccia globale. Come? Attaccando le petroliere in transito, così da impedire il trasporto del greggio e provocare grossi danni al mercato.

Per ora basso rischio di fornitura

Da Hormuz transitano ogni giorni circa 20 milioni di barili, un quinto dell’offerta globale. Il fatto che i prezzi non si stiano scaldando, denota un basso rischio di fornitura scontato dal mercato. E questo si deve a diverse ragioni. La prima sarebbe, forse, che Israele e Stati Uniti hanno dimostrato con i raid del giugno scorso contro Teheran di poter difendere lo stretto dalle incursioni iraniane. Secondariamente, il contesto globale è caratterizzato da un eccesso di offerta, per cui le scorte appaiono sufficienti a garantire l’approvvigionamento energetico nel breve termine. Infine, la cattura di Nicolas Maduro nel Venezuela sta facendo tornare il produttore andino sui mercati dopo anni di embargo USA.

Fattore Venezuela

Il presidente Donald Trump chiede alla Big Oil americana ingenti investimenti per riattivare la produzione venezuelana, scesa a circa 1 milione di barili al giorno dai 2,5-3 milioni culminati all’inizio del millennio. Tornare ai massimi richiede ingenti risorse e tempo. Si stima che solo al 2040 sarà possibile triplicare gli attuali livelli estrattivi e con oltre 180 miliardi di dollari di investimenti.

Le compagnie americane sono sotto pressione dalla Casa Bianca per stanziare subito fondi a tale scopo. Scettica ExxonMobil, il cui CEO Darren Woods ha fatto presente al tycoon che la sua compagnia ha investito per due volte e per due volte è stata espropriata nel Venezuela.

Prima di investire una terza volta, ha spiegato, si richiedono ingenti cambiamenti normativi e istituzionali a Caracas. Trump non l’ha presa bene e ha minacciato di escludere Exxon dal business. Il titolo cedeva circa l’1,50% nelle contrattazioni pre-mercato.

Mercato in attesa di possibile mossa saudita

I prezzi del petrolio non si scaldano per le prospettive di un aumento dell’offerta sudamericana, pur con i tempi necessari. E ci sarebbe di più. Gli investitori starebbero confidando nell’Arabia Saudita, alleata di Washington e arcinemica dell’Iran. Il regno ha avuto rapporti tesi con l’amministrazione Biden, mentre li ha splendidi con Trump. Anche per questo ha tenuto la produzione bassa fino alla vittoria di questi nel novembre del 2024, aumentandola negli ultimi mesi per consentire un abbassamento delle quotazioni.

Prezzi del petrolio più bassi insostenibili per l’Iran

Proseguire su questa strada per Riad significherebbe rinunciare ad alcuni profitti e aumentare temporaneamente il debito sovrano per finanziare il bilancio dello stato. Un sacrificio ricompensato con l’agevolazione della caduta dell’ayatollah. Infatti, l’Iran non può permettersi di vendere petrolio a prezzi più bassi, perché ciò aggraverebbe la sua crisi economica. Ricordiamoci che le proteste sono esplose a causa della crollo del rial, che ha accelerato la già alta inflazione e compresso i redditi reali delle famiglie.

Prezzi del petrolio più bassi porterebbero a un collasso valutario ancora più profondo e veloce, alimentando le tensioni sociali e finanche portando alla dissoluzione del regime. I sauditi potrebbero approfittare della congiuntura geopolitica per forzare gli eventi aprendo di più i rubinetti del greggio. Nell’attesa di capire come evolveranno gli eventi, il mercato resta stabile tra rischio geopolitico da un lato ed eccesso di offerta dall’altro.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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