Da quando è diventato premier nel 2014, Narendra Modi ha cercato in vari modi di disincentivare la popolazione in India ad impiegare i risparmi nell’acquisto di oro in misura eccessiva. Ad oggi, ogni tentativo è risultato vano. Il subcontinente asiatico resta legato al metallo giallo da una tradizione antica e da una convinzione sociale diffusa per cui i gioielli assurgono a status symbol. E negli ultimi giorni ha agito su due fronti. Ha da un lato aumentato introdotto misure restrittive, dall’altro ha lanciato un appello a tutti gli indiani: “non comprate oro per un anno”.
Domanda di oro elevata in India
I dazi sulle importazioni sono stati aumentati dal 6% al 15%, mentre è stata limitata a 100 kg la quantità massima che ciascun soggetto potrà importare dietro licenza e comprovando la finalità delle esportazioni di gioielleria.
L’appello, però, è stato un fatto grosso. L’India è uno dei principali consumatori al mondo di oro con 7-800 tonnellate all’anno, per il 90% importate dall’estero, specie da hub come la Svizzera. E’ anche ottava al mondo per riserve auree, pari a 880,52 tonnellate. Incidono per il 17,5% delle riserve valutarie, stimate in 700 miliardi di dollari dopo essere salite al record storico di 728 miliardi a febbraio.
Hormuz dietro l’appello di Modi
La ragione dietro all’appello di Modi è la crisi di Hormuz. L’India importa quasi il 90% del petrolio che consuma e sta patendo la carenza di materia prima a causa della chiusura dello stretto. L’aumento dei prezzi internazionali grava accresce il peso delle importazioni e grava sulla bilancia commerciale, che nell’anno fiscale al 31 marzo scorso si era già chiusa in deficit per 333,2 miliardi di dollari, l’8% del Pil.
E una delle cause di questo forte disavanzo risiede proprio nelle alte importazioni di oro a prezzi crescenti: 72 miliardi di dollari, il 9% delle intere importazioni.
Poiché sia l’oro che il petrolio si acquistano in dollari, le loro importazioni finiscono anche per indebolire il tasso di cambio. La rupia indiana perde più dell’11% su base annua e il 6,6% da inizio anno. A sua volta, ciò contribuisce a spingere al rialzo l’inflazione, al 3,48% in aprile. Nell’ottobre scorso si era sostanzialmente azzerata. Di questo passo, la Reserve Bank rischia di dover alzare i tassi di interesse dopo averli tagliati al 5,25% dal 6,50% fino a inizio 2025.
Difficile colpire le importazioni
La richiesta di Modi mira a ridurre le importazioni e ad allentare così la pressione sul cambio. Tuttavia, difficilmente avrà efficacia. Come detto, ragioni storico-culturali rendono l’oro in India un asset popolare. Ad esse si sommano cause più strettamente economiche. Le famiglie comprano metalli preziosi anche per mettersi al sicuro dall’inflazione. I prezzi al consumo nell’ultimo decennio sono aumentati del 60%, al ritmo medio annuale del 4,8% e il cambio contro il dollaro ha segnato un tonfo di oltre il 30%. Nello stesso periodo, l’oro si è apprezzato del 250% in dollari.
Una famiglia che in India avesse acquistato 10 anni fa un’oncia di oro per circa 86.600 rupie, oggi la rivenderebbe per 448.300 rupie. Questo dato basta per capire che non stiamo parlando di un capriccio. E anche ammesso che gli indiani rispondessero all’appello del loro premier, non è detto che il risultato sarebbe quello desiderato.
Al posto dell’oro, potrebbero comprare altri prodotti di importazione, tenendo elevata la domanda di dollari. In ogni caso, il comparto risulterebbe devastato dal calo dei consumi e impatterebbe negativamente sulla crescita del Pil.
Oro in India spia di problema globale
L’oro è la spia di un problema globale, non solo dell’India. La crisi energetica in corso sta mettendo a dura prova le economie importatrici. La stessa Cina preme per la fine delle tensioni, sebbene la situazione più grave sembra viverla l’Europa a corto sia di materie prime che di mercati di approvvigionamento alternativi. Non a caso, il Regno Unito ha appena allentato le sanzioni contro il petrolio russo dopo essere stato per oltre 4 anni il più duro contro il regime di Mosca. Nuova Delhi, invece, ha sfruttato le tensioni tra Russia ed Europa trasformandosi negli ultimi anni in un hub petrolifero e finendo di recente sotto le lenti dell’amministrazione Trump.
giuseppe.timpone@investireoggi.it