Esiste una misura di pensionamento anticipato pensata per categorie considerate fragili. Si tratta dell’Ape sociale, uno strumento che consente ad alcuni lavoratori di lasciare il lavoro prima della pensione di vecchiaia.
Parliamo di persone che si trovano in condizioni di vulnerabilità lavorativa, sanitaria o familiare. Tra queste rientrano:
- i lavoratori impegnati in attività gravose, che rendono difficile proseguire l’attività lavorativa oltre una certa età;
- gli invalidi civili, con una riduzione della capacità lavorativa significativa;
- i caregiver, cioè coloro che assistono familiari disabili;
- i disoccupati, che hanno perso il lavoro e faticano a trovarne uno nuovo.
Eppure proprio tra i disoccupati si registrano alcune delle esclusioni più controverse.
Alcune regole dell’Ape sociale, rimaste immutate negli anni nonostante le continue proroghe della misura, finiscono infatti per escludere proprio chi si trova nelle condizioni di maggiore fragilità.
“Buongiorno, sono un disoccupato di lungo corso, perché ho perso il mio lavoro fatto per una vita nel 2017. Ho preso la disoccupazione che si chiamava Aspi all’epoca. Poi ho trovato lavoretti saltuari, di pochi mesi, intervallati da periodi di Naspi. L’ultimo mio lavoro è stato di due settimane presso una macelleria che nelle fiere faceva arrosto da asporto. Ho presentato lo scorso anno la domanda di verifica dei requisiti dell’Ape sociale visto che ho superato 63 anni e 5 mesi di età e ho oltre 30 anni di contributi. Ma niente da fare. Secondo l’INPS non rispetto i 18 mesi di assunzione nei 3 anni precedenti. Non ho ben capito questa regola. Di cosa si tratta?”
Ecco le categorie di fragili per l’Ape sociale, i disoccupati sono tra loro, ma non tutti
Tra i beneficiari dell’Ape sociale, i disoccupati rappresentano una delle categorie più numerose.
Per molte persone, perdere il lavoro in età avanzata significa entrare in una situazione difficile da ribaltare.
Trovare una nuova occupazione dopo i sessant’anni è spesso complicato. Per questo l’Ape sociale, negli anni, ha permesso a molti disoccupati di avvicinarsi alla pensione dopo aver perso il lavoro e dopo aver terminato la Naspi.
Tuttavia esistono alcune regole specifiche che limitano l’accesso alla misura e che, di fatto, impediscono a molti disoccupati di usufruirne.
Per molti disoccupati niente Ape sociale: dalla pensione esclusi i veri fragili
Una delle questioni più discusse riguarda il rapporto tra Naspi e Ape sociale.
Secondo l’interpretazione dell’INPS, il disoccupato deve prima richiedere la Naspi e percepirla interamente prima di poter accedere all’Ape sociale. In diversi casi l’Istituto ha respinto le domande presentate da chi, pur avendo diritto alla Naspi, aveva deciso di non richiederla.
Su questo punto, però, la Cassazione è intervenuta più volte, stabilendo che la Naspi deve essere fruita integralmente solo se è stata richiesta. Se il lavoratore decide di non chiedere l’indennità di disoccupazione pur avendone diritto, questo non dovrebbe far perdere automaticamente il diritto all’Ape sociale.
Ma esiste un’altra regola molto meno conosciuta, ed è proprio quella che ha penalizzato il lettore.
Si tratta del requisito dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti la perdita dell’ultimo impiego.
Questa norma finisce per escludere proprio i cosiddetti disoccupati di lungo periodo, cioè coloro che hanno perso il lavoro anni prima e che successivamente hanno svolto soltanto attività brevi o saltuarie.
Non sempre le cose sono come sembrano
Per poter accedere all’Ape sociale come disoccupati, la normativa richiede che l’ultimo rapporto di lavoro sia seguito dalla disoccupazione. Tuttavia, se l’ultimo impiego era a tempo determinato, la legge impone un ulteriore requisito.
Guardando a ritroso nei tre anni precedenti la cessazione dell’ultimo lavoro, il lavoratore deve aver maturato almeno 18 mesi complessivi di occupazione.
Chi non raggiunge questa soglia — magari perché negli ultimi anni ha trovato solo lavori molto brevi o intermittenti — non può accedere all’Ape sociale.
Ed è proprio questo il caso del lettore: nonostante l’età e i contributi siano sufficienti, la mancanza dei 18 mesi di lavoro nei 36 mesi precedenti l’ultimo contratto impedisce il riconoscimento del beneficio.
Una regola che, paradossalmente, finisce per penalizzare i disoccupati più fragili, cioè coloro che da anni vivono tra piccoli lavori temporanei e periodi di inattività, senza riuscire a ricostruire una carriera lavorativa stabile.