L’Italia ha un male cronico chiamato bassa produttività, che impedisce da decenni agli stipendi di crescere. Nella Relazione Annuale, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha certificato che l’adozione veloce dell’IA (Intelligenza Artificiale) sarebbe in grado di aumentare la produttività italiana di oltre l’1% all’anno. Un ritmo elevato per un’economia come la nostra, stagnante da più di tre decenni. Ma la realtà dei fatti è disarmante: appena il 5% delle imprese utilizza l’IA in modo integrato e avanzato. E il problema riguarda particolarmente le attività di piccole dimensioni.
Italia indietro su IA
Secondo un sondaggio realizzato da Eurostat, il 32,7% della popolazione in età attiva farebbe uso generale dell’IA nell’Unione Europea.
Tale percentuale crolla al 19,9% in Italia, davanti solo a Romania (18,6%) e Bulgaria (17,2%). Dominano la classifica Danimarca, Estonia e Malta stabilmente sopra il 45%.
EY Italy AI Barometer ha trovato un paradosso: l’Italia si colloca ai vertici della classifica europea per numero dei lavoratori che scelgono di investire autonomamente nella formazione sull’IA. Siamo al 64%, ma a fronte di un sistema delle imprese carente di piani formativi e di docenti nelle scuole, che nel 66% dei casi si dichiara privo di conoscenze specifiche.
Il gap tra grandi e piccole e medie imprese si allarga: al 53,1% il tasso di utilizzo tra le prime contro il 15,7% tra le seconde. E tra i lavoratori italiani prevale la paura di perdere il posto di lavoro (71%), mentre il 13,4% fa uso dell’IA per fini strettamente personali contro il 36% dei professionisti in Europa ad impiegarla durante la settimana per ottimizzare il proprio lavoro.
Cause del ritardo
Cosa emerge da questi dati? L’IA sarebbe una grossa opportunità per l’Italia di colmare il gap di produttività con il resto d’Europa. Un recupero, che consentirebbe alle nostre imprese di accrescere la produttività e migliorare così anche le retribuzioni. Nulla di tutto questo sta accadendo, se non limitatamente a poche imprese. Il nanismo dimensionale, la scarsa preparazione, costi, burocrazia e una mentalità restia all’innovazione stanno impedendo al nostro Paese di agganciare un trend esiziale.
L’IA è l’equivalente della macchina a vapore a metà del diciottesimo secolo. La sua adozione non è un’opzione. Piaccia o meno, tutti dobbiamo farci i conti. Rimanere indietro significa perdere un’opportunità storica per compiere quel “salto tecnologico” capace di proiettare l’economia nei prossimi decenni, se non secoli. Come ogni innovazione, ci sono costi immediati in termini anche sociali da sostenere, a fronte di vantaggi diffusi. Chiudersi a riccio non serve, perché l’innovazione si diffonderà che noi lo vogliamo o meno. Un po’ come se ad inizio secolo avessimo fatto le barricate contro internet.
Leva fiscale per colmare gap
Lo stato può fare la sua parte, ad esempio destinando risorse per i voucher digitali con cui le imprese possano acquistare licenze software e servizi cloud di IA. O potenziando i crediti d’imposta per la formazione dei dipendenti con il Piano Transizione 5.0. La conoscenza può servire anche a ridurre il rifiuto e la paura di questa innovazione, che sono sentimenti comprensibilissimi e diffusi in tutto il mondo. L’alternativa sarebbe farsi travolgere dall’inevitabile e vedere ampliarsi il gap di produttività e retributivo con le altre economie avanzate.
giuseppe.timpone@investireoggi.it