L’OPEC rischia di precipitare in una crisi irreversibile. Dopo l’abbandono degli Emirati Arabi Uniti con preavviso di appena 48 ore, anche l’Iraq minaccia di uscire dal cartello petrolifero se non gli sarà consentito di aumentare la produzione in linea con la sua capacità e la popolazione. E’ stata una fonte del Ministero del Petrolio a riferirlo nel primissimo pomeriggio di ieri alla stampa internazionale. Se questo riconoscimento non gli fosse concesso, Bagdad valuterebbe “ogni passo”. Sebbene l’uscita dall’OPEC sia stata definita una discussione “prematura”, è nei fatti di questo che si sta parlando in questi giorni.
Crisi OPEC, Iraq minaccia
Lo Stretto di Hormuz ha riaperto al transito delle petroliere e il prezzo del petrolio è crollato ai minimi da fine febbraio, con il Brent sceso sotto i 73 dollari al barile e il WTI americano fin sotto 70 dollari. Questo trend, pur scontato dopo mesi di tensioni legate alla guerra in Iran, impatta molto negativamente sui conti pubblici di alcuni stati del Golfo Persico. Le entrate petrolifere incidono per la media dell’85% dell’intero bilancio statale. Fonti del governo hanno ribadito l’impegno a salire ad una produzione giornaliera di 7 milioni di barili entro i prossimi anni.
A febbraio, prima della guerra, l’Iraq estrasse 4,14 milioni di barili al giorno e a luglio la sua quota sarà di 4,378 milioni di barili, ben superiore agli 1,76 milioni di maggio. Ma il primo ministro Ali al-Zaidi, entrato in carica da maggio, sta mettendo le mani avanti. Indipendentemente dalla contingenza, punta sull’aumento delle estrazioni per migliorare le finanze statali e l’economia domestica. E se l’OPEC non gli darà il permesso di superare la quota attualmente fissata, sbatterà la porta come Abu Dhabi meno di due mesi fa.

Cartello petrolifero meno influente
Il messaggio ad Arabia Saudita e alleati è chiaro: la crisi dell’OPEC può essere evitata soltanto aprendo alle richieste irachene. Il cartello riunisce 11 Paesi: Arabia Saudita, ci sono Algeria, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela. La situazione è talmente grave da avere indotto la Russia ad aprire alle concessioni, sostenendo che un aumento della quota irachena farebbe persino del bene in questa fase.
Mosca fa parte del formato OPEC+, che riunisce altri stati esterni al cartello per rendere più efficaci le sue decisioni sul mercato petrolifero globale. Con l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, la produzione complessiva è scesa già attorno ai 25,5 milioni di barili al giorno, un quarto del pianeta. Se anche l’Iraq annunciasse l’addio, crollerebbe a poco più di un quinto. Era a circa un terzo alla vigilia della pandemia, cioè prima che i membri tagliassero le rispettive estrazioni per contenere la caduta dei prezzi.
Rischio esistenziale con altri addii
Il rischio esistenziale esiste più che mai. La stessa permanenza del Venezuela non è più certa, pur essendo stata Caracas tra i membri fondatori nel 1960.
Il riavvicinamento agli Stati Uniti rende la presidente Delcy Rodriguez molto dipendente dalle decisioni della Casa Bianca. E non è un mistero che il presidente Donald Trump voglia smantellare l’OPEC per accrescere l’influenza dell’industria petrolifera americana e ridurre il potere di ricatto del cartello ai danni della prima economia mondiale. Washington sta negoziando la revoca delle sanzioni petrolifere all’Iran, che può portare nel medio termine ad un aumento dell’output giornaliero di circa 1 milione di barili.
La stessa Nigeria punta sull’aumento della produzione per rafforzare l’economia domestica e le entrate fiscali. D’altra parte, concedere tutto a tutti renderebbe l’OPEC un nonsenso. La sua esistenza si giustifica con la necessità di influenzare i prezzi internazionali in ciascuna fase. La sua guida di fatto è nelle mani saudite, formalmente un alleato geopolitico degli americani. L’Agenzia Internazionale per l’Energia già stimava nei giorni scorsi un eccesso di offerta per il 2027 di 5 milioni di barili al giorno. Una “guerra” dei prezzi tra produttori potrebbe acuire questo scenario e portare a un crollo delle quotazioni internazionali anche a 50 o, addirittura, a 40 dollari al barile.
Crisi OPEC buona notizia per consumatori globali
Per i consumatori delle economie importatrici come l’Italia sarebbe un’ottima notizia. Dopo mesi a parlare di caro carburante e rischio inflazione, la situazione si capovolgerebbe in loro favore. Un tonificante anche per le imprese, i cui costi di produzione si abbasserebbero con effetti benefici sui listini. Si passerebbe da uno scenario di stagflazione a uno di “goldilocks”. Al di là di come finirà questa vicenda, sembra sempre più evidente che l’OPEC stia vivendo la sua più potente crisi dalla nascita. E per la prima volta in quasi mezzo secolo, l’Iran mostra una forza geopolitica nell’area capace di mettere in discussione lo status quo con la paradossale benedizione del governo americano.
giuseppe.timpone@investireoggi.it