Se l’Austria s’indebita per 100 anni a tassi inferiori dell’Italia per 12 mesi

Rendimenti BTp sempre più esplosivi, in allontanamento progressivo dal "core" dell'Eurozona. Adesso, i debiti dell'Italia a 12 mesi costano più di quelli dell'Austria a 100 anni.

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Ieri, la seduta per i titoli di stato italiani è stata ancora una volta negativa. I rendimenti del BTp a 10 anni ha sfiorato il 2,30%, con lo spread a dirigersi verso i 275 punti base. Sul tratto lunghissimo della curva è andata pure peggio. Il BTp 2050, quello collocato il giorno prima dal Tesoro con la prima riapertura dopo il debutto di gennaio, è schizzato fino al 3,15%, mentre sul ventennale si è arrivati al 2,76%. E il BTp 2067, il più longevo sinora emesso in Italia, ha toccato il 3,17%. Da venerdì scorso, la curva si è impennata, appiattendosi sul tratto a 30-50 anni. In effetti, il bond “Matusalemme” è arrivato a perdere il 10,6%, quasi quanto il nuovo “benchmark” a 30 anni (-10,7%), mentre il BTp 2040 se l’è cavata, si fa per dire, con un -7% e il decennale con un -4,3%.

Questi numeri ci segnalano come il mercato valuterebbe massimamente rischioso, tenuto conto della durata residua, il tratto a 30 anni, superato il quale il premio richiesto per acquistare i titoli quasi si azzera. Il solo fatto che la BCE si sia riunita ieri per decidere di accettare in garanzia anche i bond con rating “non investment grade” per le erogazioni di finanziamenti alle banche sarebbe stato colto come il segnale che i BTp rischino a breve una caduta negli inferi. Improbabile che il declassamento fatale avvenga domani sera, quando l’agenzia S&P pubblicherà l’esito della sua revisione per l’Italia. Ma sarebbe solo questione di tempo, almeno in assenza di soluzioni europee, che diano copertura ai nostri titoli, quale che fosse il rapporto debito/pil a cui tenderemo nel breve e medio termine.

La distanza tra Italia e resto d’Europa si allarga.

Dovete immaginare che ieri il bond austriaco in scadenza nel settembre 2117 e con cedola 2,10% (ISIN: AT0000A1XML2) rendeva appena lo 0,65%, prezzando 186 centesimi, cioè quasi il doppio del suo valore nominale. L’apice venne toccato a marzo, quando lo stesso bond schizzò fino a 210 centesimi, pari a un rendimento inferiore al mezzo punto percentuale. La situazione è così assurda, che il mercato oggi si offre di prestare denaro a Vienna a un rendimento inferiore di quello preteso per prestare denaro all’Italia solamente per 12 mesi.

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E in settimana, sempre l’Austria ha emesso il primo bond in dollari dal 2016, con scadenza a 5 anni e rendimento di appena lo 0,67%, incassando 600 milioni. Considerando lo spread Treasury-Bund quinquennale in area 1%, possiamo dedurre che il cambio euro-dollaro atteso per il 2025 sia del 5% superiore ad oggi, per cui il rendimento effettivo del bond austriaco da poco emesso scenderebbe al -0,33%, 10 punti base in meno del rendimento del titolo di pari durata in euro. Per contro il BTp in dollari con scadenza settembre 2023 e cedola 6,875% (ISIN: US465410AH18) offriva ieri un rendimento del 2,85%, che al netto dell’effetto cambio scenderebbe in area 1,95%, quasi il doppio del rendimento offerto dal BTp in euro a 3 anni.

Questo è il dramma che l’Italia vive ormai drammaticamente, lo scollamento definitivo dal resto dell’Eurozona in termini di costo per i capitali raccolti lungo la curva. La risposta che Roma potrà esitare alla crisi economica non potrà che essere decisamente più blanda di quella di quasi tutte le altre capitali europee, dovendo fare i conti con un mercato molto meno propenso a prestarle denaro. E quando apparentemente chiude un’asta con successo, dietro vi sono rendimenti assai allettanti, come quelli relativi ai BTp a 5 e 30 anni collocati via sindacato bancario questo martedì. Un extra-costo, che ricade sull’intero sistema Italia, indebolendo la struttura finanziaria di imprese, banche e governo.

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