Scegliere tra bond sauditi e del Qatar: non solo petrolio, anche fattore Biden

Obbligazioni sovrane in forte crescita in Arabia Saudita e in Qatar, due rivali nello scacchiere geopolitico del Golfo Persico. Ecco cosa valutare per investire.

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Scegliere tra bond sauditi e del Qatar

Non c’è dubbio che le economie esportatrici di petrolio abbiano accusato quest’anno un durissimo colpo a causa della pandemia. La crisi sanitaria ha provocato il crollo della domanda di greggio in tutto il mondo, a seguito dei lockdown imposti dai governi per frenare i contagi da Covid. Ciononostante, nel mese di aprile sui mercati internazionali hanno fatto a gara per accaparrarsi almeno una fetta dei 7 miliardi di dollari di Eurobond emessi dall’Arabia Saudita, prima esportatrice di oro nero. La domanda è stata di 54 miliardi, quasi 8 volte più alta.

Eppure, già prima del Covid il regno aveva qualche problema con i conti pubblici. Sebbene Aramco riesca a estrarre a pochi dollari al barile, ancora oggi gran parte delle entrate fiscali di Riad è finanziata dal petrolio. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, servirebbero quotazioni fino a quasi 80 dollari per consentire al bilancio pubblico di chiudere in pareggio, quasi il doppio dei livelli attuali di mercato.

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Ma c’è fame di “yield” e, soprattutto, l’Arabia Saudita ha rating medio-alti: A- per S&P, A per Fitch e A1 per Moody’s. E così, il decennale emesso in primavera ha guadagnato oltre il 15% dal suo sbarco sul mercato e rende oggi il 2%. La scadenza 2060 ha segnato un rialzo di ben quasi il 34%, offrendo oggi un rendimento del 2,97%.

Nel frattempo, però, anche il debito del Qatar si è apprezzato. Pensate che il decennale rende appena l’1,40% e la scadenza 2046 arriva solo al 2,43%, mentre quella 2050 neppure al 2,50%. Il fatto è che l’emirato dipende molto meno dei sauditi dal petrolio, bastandogli quotazioni tra 45 e 50 dollari per centrare l’equilibrio fiscale ed esterno.

E i rating sono migliori: AA-/AA-/Aa3. Tuttavia, si trova in una condizione geopolitica particolare: da oltre tre anni è sotto embargo dei vicini del Golfo Persico, capeggiati da Riad, a causa dei suoi legami con l’Iran, nemico degli stati mussulmani a maggioranza sunnita.

Per contro, il regno saudita dispone ancora di quasi 450 miliardi di dollari di riserve valutarie, accumulate negli anni buoni del petrolio anche a 100 dollari. Dunque, investire nei titoli del debito saudita che rendono ancora discretamente e prospettano ulteriori guadagni in conto capitale o buttarsi sul Qatar, a fronte di rendimenti più bassi? Il miglioramento atteso sul mercato del petrolio ci indurrebbe a far propendere la bilancia a favore del regno, così come il clima di semi-isolamento diplomatico in cui versa il Qatar.

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Il fattore Biden può stravolgere le condizioni attuali

Ma alla Casa Bianca, salvo sorprese, a gennaio entrerà Joe Biden, che a differenza dell’uscente Donald Trump si mostra più ben disposto verso l’Iran e immagina di tornare all’accordo sul nucleare del 2015. Inoltre, il nuovo presidente potrebbe rivelarsi meno tollerante verso la violazione dei diritti umani perpetrata dalla monarchia dei Saud. Non dimentichiamo che nell’ottobre del 2018 veniva assassinato brutalmente Jamal Kashoggi, oppositore del regno e collaboratore del Washington Post, quotidiano di cui è proprietario Jeff Bezos, il patron di Amazon e noto sostenitore proprio di Biden. Se l’America iniziasse a chiedere conto di quanto accadde all’ambasciata saudita in Turchia due anni fa, le tensioni geopolitiche tra Washington e Riad monterebbero a discapito della stabilità finanziaria nel regno.

Certo, non possiamo non tenere conto dei fondamentali, che vedono i rischi sovrani sauditi nel breve e medio termine abbastanza bassi anche nello scenario peggiore, proprio grazie alle immense riserve accumulate e alla capacità dimostrata a fine 2019 con l’IPO di Aramco di attirare capitali copiosi da tutto il mondo.

E l’Iran, per quanto più amichevole possa essere una prossima amministrazione americana, è e resta un nemico dell’America. Di conseguenza, anche i suoi alleati veri o presunti offrono minori garanzie di stabilità a chi investe.

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