Revoca concessioni autostradali: minaccia del governo zavorra le obbligazioni

Rischio default per diversi miliardi di euro di obbligazioni Atlantia e della controllata Autostrade per l'Italia, nel caso in cui il governo Conte effettivamente revocasse le concessioni autostradali ai Benetton senza indennizzo.

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Rischio default per diversi miliardi di euro di obbligazioni Atlantia e della controllata Autostrade per l'Italia, nel caso in cui il governo Conte effettivamente revocasse le concessioni autostradali ai Benetton senza indennizzo.

Sarebbero 16 miliardi di euro i debiti a rischio default di Autostrade per l’Italia e della controllante Atlantia. Lo ha fatto trapelare in questi giorni una fonte vicina alla stessa Aspi, in riferimento alla riunione del Consiglio dei ministri del 21 dicembre scorso, che “salvo intese” avrebbe approvato la revoca delle concessioni autostradali per la società della famiglia Benetton e senza indennizzo.

La minaccia riguarda il crollo del ponte Morandi a Genova, avvenuto il 14 agosto del 2018. Con il ritiro di Atlantia dall’operazione per il salvataggio di Alitalia, il governo Conte ha deciso di punire la holding, anche se l’ultima parola spetterà al Parlamento e il caso è stato rinviato all’inizio dell’anno prossimo.

Nello specifico, a rischio vi sarebbero i debiti per 10,8 miliardi contratti da Aspi, a cui si aggiungono 5,3 miliardi di debiti di Atlantia, i quali verrebbero contagiati dal rischio dei mancati pagamenti. Ci sarebbero ripercussioni forti sui mercati obbligazionari, non solo in Italia. I bond di Atlantia e Aspi, infatti, risultano acquistati da enti sovranazionali come la Banca Europea per gli Investimenti, così come da Cassa depositi e prestiti, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Inoltre, risultano concessi in garanzia alla BCE per ottenere prestiti tramite le aste Ltro. Per non parlare degli effetti nefasti che si avrebbero sui 17.000 piccoli investitori italiani, detentori di un bond retail di Aspi da 750 milioni.

E proprio le obbligazioni di Aspi con cedola fissa dell’1,625% e in scadenza nel gennaio 2023 sono scese ai minimi dal febbraio scorso, quotando poco sopra i 98 centesimi. Male anche le obbligazioni “callable” di Atlantia e cedola fissa dell’1,875%, in scadenza nel luglio 2027 e che sono scese anch’esse, ma ai minimi da tre settimane, a meno di 94 centesimi.

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Una guerra di nervi mediatica

Che tra governo e società vi sia in corso una guerra mediatica lo si comprende benissimo anche attraverso queste indiscrezioni, volutamente fatte trapelare dalle parti di Autostrade per mettere in guardia l’esecutivo sulle ripercussioni negative che vi sarebbero nel caso di revoca senza indennizzo delle concessioni.

Atlantia stessa deriva la stragrande maggioranza degli utili e del fatturato proprio dal business delle autostrade e difficilmente sopravvivrebbe alla loro revoca. Per questo, le agenzie di rating restano in attesa degli sviluppi e si mostrano pronte a declassare i bond di entrambe le società a “junk” o “spazzatura”.

Proprio l’ampia diffusione delle obbligazioni tra i piccoli investitori italiani da una parte e le istituzioni finanziarie private e internazionali dall’altra dovrebbe indurre il governo a una prudenza maggiore di quanto non appaia dalle minacce esplicite di queste settimane. Probabile che il salvataggio in extremis di Alitalia con il coinvolgimento dei Benetton resti una soluzione su cui si lavori sottotraccia per evitare il peggio. E gioca in favore degli obbligazionisti anche l’estrema debolezza del governo, che da una parte non può per questo permettersi di apparire poco duro con Atlantia, dall’altro non è detto nemmeno che arrivi a revocarle le concessioni, potendo cadere prima. E sullo sfondo resta sempre la carta dell’ingresso dello stato nella holding per salvare capre e cavoli.

Il caso Atlantia e la fuga dei capitali dall’Italia sono legati

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