Questi bond sono crollati in due mesi fino al 20%, ma per l’economia europea è un buon segnale

I titoli di stato a 100 anni dell'Austria stanno accusando un grosso tonfo sui mercati. Vediamo perché e cosa significa per l'economia dell'Area Euro.

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Bond Austria, crollo a doppia cifra da dicembre

Quale temperatura segna il mercato sovrano nell’Eurozona? Guardando il termometro, diremmo alta, ma in calo. Da tempo, sappiamo che per monitorare il grado di avversione al rischio degli investitori nell’area, a sua volta dipendente dalle condizioni macro e dalle aspettative del mercato, dobbiamo riporre attenzione ai bond a 100 anni dell’Austria. Perché? Vienna ha rating molto alti (AA+ per S&P e Fitch e Aa1 per Moody’s) e, pertanto, viene percepita come un porto sicuro per i capitali. Nei momenti di tensione sui mercati internazionali, vuoi per una qualche crisi economica o un cedimento finanziario o ancora per qualche evento geopolitico negativo, gli investitori fuggono a ripararsi nei cosiddetti “safe assets”.

Man mano che ciò accade, i rendimenti di questi ultimi si abbassano e i prezzi si impennano. Negli ultimi tempi, si è arrivati al punto che i rendimenti sono diventati negativi fino alle lunghissime scadenze dei titoli “core”, come nel caso dei Bund tedeschi. A questo punto, per la disperata caccia alla “yield” che si scatena particolarmente tra gli istituzionali (pensate ai fondi pensione), gli acquisti si spostano sul tratto ultra-lungo delle curve sovrane e persino corporate. Da qui, il monitoraggio necessario proprio dei bond a 100 anni austriaci, non essendovi scadenze di pari durata emesse in Germania o Francia.

Il governo austriaco di bond secolari ne ha emessi due sin dal settembre 2017. Il primo ha scadenza nel settembre 2117 e cedola 2,10% (ISIN: AT0000A1XML2), ma fu collocato per la prima volta sul mercato a condizioni allora favorevolissime, ma oggi considerate del tutto svantaggiose. Tant’è che il titolo è esploso di prezzo fino a toccare un massimo storico di oltre 235 nel marzo scorso.

Nel dicembre scorso, ancora viaggiava poco sotto tali livelli massimi, offrendo un rendimento all’incirca di un terzo di punto percentuale all’anno. Lo scorso venerdì, lo stesso prezzava esattamente 200, il doppio del valore nominale, perdendo quasi il 15% in due mesi e rendendo lo 0,55%.

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Ma i rendimenti tornano a salire

L’anno scorso, approfittando del crollo dei rendimenti a seguito della pandemia e del conseguente allentamento monetario della BCE, sempre Vienna emetteva un secondo bond a 100 anni, stavolta in scadenza nel giugno 2120 e con cedola 0,85% (ISIN: AT0000A2HLC4). Un paio di mesi fa, toccava il suo massimo storico a poco meno di 139 e offrendo circa un terzo di punto percentuale. Venerdì scorso, risultava sceso a 111, avendo perso esattamente il 20% e offrendo un rendimento dello 0,67%, il doppio.

Perché questa inversione di tendenza? E’ l’effetto del cosiddetto “reflation trade”. Il trentennale tedesco negli ultimi due mesi è passato dal -0,24% al +0,07%, salendo ai massimi di rendimento dal giugno scorso. Ecco, tutto questo è la conseguenza delle aspettative d’inflazione in ripresa, le quali affievoliscono i prezzi dei bond più longevi. Non solo. Da quando sono arrivati sul mercato i vaccini contro il Covid, gli investitori hanno iniziato a intravedere una piccola luce in fondo al tunnel. La fine della pandemia, magari meno vicina di quanto tutti speriamo, ad ogni modo implica anche il ritorno alla normalità dell’economia globale, cioè fine delle restrizioni alle attività produttive e alla libera circolazione e ripresa della crescita.

Questa prospettiva crea un minimo di appetito per il rischio e riduce inevitabilmente l’appetito per i “safe assets”, come segnalano l’indebolimento del dollaro e il rally delle borse, a dire il vero quest’ultimo partito con fin troppo anticipo sin dalla primavera scorsa, sostenuto dai potenti stimoli fiscali e monetari presso un po’ tutto il mondo avanzato. Meno Austria e un po’ più d’Italia nei portafogli obbligazionari, dunque, se volessimo sintetizzare con una battuta.

Ma l’appetito per i bond a 100 anni e simili non verrà del tutto meno fino a quando i tassi rimarranno bassi e l’euro è atteso in apprezzamento contro le altre principali valute. A un investitore americano, ad esempio, converrà ugualmente inserirli in portafoglio a rendimenti nominali minimi, ma positivi, potendo confidare anche in una rivalutazione del capitale grazie all’effetto cambio. Deterrebbe assets di alta qualità e potenzialmente capaci di tutelare il potere di acquisto.

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