Bond a 100 anni, dal Messico all’Austria opportunità per opposte esigenze

Le obbligazioni a lunghissima scadenza consentono all'investitore di inserire in portafoglio assets più remunerativi della media e per ragioni molto diverse.

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Bond a 100 anni, emissioni con varie opportunità

Nei giorni scorsi, il Perù si è aggiunto alla lista degli emittenti a lunghissima scadenza. Il Tesoro di Lima, pur nel pieno di un caos politico-istituzionale grave, ha collocato sul mercato obbligazioni in dollari a 100 anni, scadenza luglio 2121 con cedola del 3,23% e rendimento di poco superiore, cioè in area 3,26% (ISIN: US715638DR09). E’ stato un grosso successo, spuntando un rendimento di soli 170 punti base sopra quello offerto dal Treasury a 30 anni, la scadenza sovrana più lunga negli USA. Tra le altre economie emergenti, troviamo il Messico ad avere emesso ben due bond in dollari a 100 anni. Uno scade nell’ottobre 2010 e ha cedola 5,75% (ISIN: US91086QAZ19), l’altro scade nel marzo 2015 e offre cedola 4% (ISIN: XS1218289103). Il primo rendeva ieri il 4,37%, il secondo il 3,47%.

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Inserire in portafoglio questi titoli significa puntare a mettersi in tasca un rendimento relativamente elevato praticamente per sempre, cioè vita natural durante, magari lasciando i titoli in eredità. Chiaramente, nessuno ci obbliga a tenerli fino alle rispettive scadenze. E, infatti, la principale ragione per la quale un investitore individuale punterebbe su un bond che scade tra un secolo è generalmente quella di approfittare dell’elevata duration per speculare al rialzo. Se i tassi di mercato si muoveranno al ribasso, i rendimenti dei titoli scenderanno e i prezzi saliranno. Anche la variazione di un solo punto percentuale porterebbe a guadagni enormi. Per converso, esiste il rischio opposto di trovarsi costretti a tenere questi titoli a lungo per via del rialzo dei tassi di mercato e la conseguente discesa dei prezzi.

Ripararsi a Vienna

Inoltre, c’è emittente ed emittente.

L’Argentina emise il suo primo bond a 100 anni nel 2017 ed è andata in default agli inizi di quest’anno, versando in crisi finanziaria già nel 2018. E non tutte le lunghissime scadenze sono uguali. L’Austria ha già emesso due obbligazioni a 100 anni. Una scade nel settembre 2117 e offre cedola 2,10% (ISIN: AT0000A1XML2). L’altra scade a fine giugno 2120 e offre cedola 0,85% (ISIN: AT0000A2HLC4). La prima rendeva ieri circa lo 0,34%, la seconda poco meno dello 0,40%. E’ evidente che non si acquistino questi bond per accrescere la “yield” del portafoglio, bensì per due ragioni fondamentali: la prima è di puntare su “safe assets” che tutelino l’investimento nelle fasi avverse. In effetti, proprio in condizioni di mercato sfavorevoli questi titoli hanno registrato performance a doppia cifra. Addirittura, dalla sua emissione di poco più di tre anni fa il bond 2117 ha guadagnato circa il 130%. Per questo – e siamo alla seconda ragione – si può speculare sulla paura dei mercati, scommettendo su titoli a cui gli investitori tendono quando a fuggire dal rischio.

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Diremmo che sia le obbligazioni a 100 anni del Messico che quelle dell’Austria servano per guadagnare dai bassi tassi globali, mentre solo le seconde anche per accrescere la qualità media del portafoglio e ripararsi dalle possibili tensioni future. Viceversa, le prime risentirebbero duramente di queste ultime, trattandosi di debito emesso da un soggetto a medio-alto rischio e per giunta ancora un mercato emergente. Il rischio di cambio, infine, per noi dell’Eurozona grava solamente sulle emissioni in dollari, ma per contro ci consente di speculare anche sull’apprezzamento della divisa americana, meglio se contestuale al rialzo dei rendimenti (ribassi dei prezzi) in euro.

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