Perché il mercato fugge dai bond indiani, anche se rendono fino al 7%?

Rendimenti indiani tra i più alti in Asia, eppure Nuova Delhi registra deflussi dei capitali negli ultimi mesi. Cerchiamo di capire come sia possibile.

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Rendimenti indiani tra i più alti in Asia, eppure Nuova Delhi registra deflussi dei capitali negli ultimi mesi. Cerchiamo di capire come sia possibile.

Se andiamo a guardare i rendimenti a lungo termine in Asia, scopriamo che il bond governativo a 10 anni della Corea del Sud offre oggi l’1,32%, quello thailandese appena l’1,06% e il collega cinese il 2,70%. Al confronto, il 5,98% offerto dall’India sembra oro. Eppure, quest’anno i deflussi dei capitali dal mercato obbligazionario indiano ammontano a 13,7 miliardi di dollari, con i soli titoli di stato a segnare -10 miliardi rispetto al picco di febbraio. Al contrario, i titoli coreani hanno attratto nel complesso 27 miliardi e quelli cinesi 7,6 miliardi, pur essendo stata la Cina l’epicentro della pandemia.

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A dire il vero, i rendimenti indiani sono diminuiti già ai minimi storici, con il decennale sotto il 6% e il biennale al 4,32%. I bond si sono giovati dell’abbassamento del costo del lavoro da parte della Reserve Bank of India al 4%, quando a inizio anno si attestava al 5,15%. Ma la rupia indiana quest’anno ha perso il 5,5% contro il dollaro, pur guadagnando quasi il 2% dai minimi toccati in aprile. Come mai il mercato non si sta facendo prendere per la gola da rendimenti così elevati di questi tempi persino in Asia?

La risposta la fornisce il costo di “hedging” per un portafoglio obbligazionario in rupie. Parliamo di quelle tecniche di protezione dei capitali dai rischi di volatilità del cambio, che puntano a limitare le perdite in uno scenario avverso. Al netto di questi costi, risulta che l’investimento in bond indiani sia appena positivo, se non negativo lungo la curva. Per fare un esempio, tutelarsi con contratti forward a 12 mesi costerebbe il 3,85% del capitale, a fronte del 3,88% offerto dai bond annuali di Nuova Delhi.

Capite benissimo che la convenienza non esisterebbe.

Aspettative negative sul cambio

Certo, nessuno ti costringe a proteggere il capitale, ma così facendo rischi di esporti alla volatilità del cambio senza paracadute nel caso di scenario avverso. E la rupia indiana non è di quelle valute emergenti di cui ci si possa fidare nel medio-lungo termine, specie in una congiuntura internazionale sfavorevole. Nell’ultimo decennio, ad esempio, contro il dollaro ha perso la media del 3,3% all’anno. Dunque, di questo passo, il 6% offertoci dal rendimento decennale si sgonfierebbe a meno del 3% effettivo, sempre che il tasso di deprezzamento non subisse un’accelerazione nei prossimi anni. Del resto, l’alto costo dell’hedging è conseguenza proprio delle aspettative negative sul cambio, oltre che del forte differenziale dei tassi a breve tra India e mercati avanzati (Nord America, Europa, Giappone e Australia, in particolare).

Le obbligazioni di stato indiane non sono ancora inserite negli indici internazionali, a causa delle stringenti limitazioni poste dal governo agli investitori esteri, pur allentate negli ultimi mesi per consentire l’afflusso di capitali in una fase di “fame” di debito per contrastare il rallentamento economico dettato dalla congiuntura mondiale negativa. Al momento, gli stranieri detengono debito sovrano indiano per 1.100 miliardi di rupie su un totale di 22.000 miliardi, meno del 2%. Ricordiamo che il rating indiano rientra nel segmento “investment grade” per poco, sebbene rischi di cadere nell’area “junk” nel caso di uno o più declassamenti ad opera delle agenzie.

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