Obbligazioni MicroStrategy legate ai Bitcoin, ecco i rendimenti alle stelle

Ecco come funziona il bond convertibile e perché il suo valore dipende dalla "criptovaluta"

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Bond MicroStrategy 2025

Volete investire in Bitcoin e non avete il coraggio di sostenere l’estrema volatilità della “criptovaluta”? Da qualche settimana, esiste la possibilità di farlo indirettamente, attraverso MicroStrategy, società di software, buttatasi negli ultimi mesi sul business delle monete digitali. Buona parte del rally recente dei Bitcoin lo si deve proprio alla sua decisione di rendere pubblico l’interesse per questo nuovo mercato, lasciando intendere che altri investitori istituzionali seguiranno le sue scelte. Cosa, in buona parte avvenuta.

A dicembre, MicroStrategy ha raccolto sui mercati capitali per 650 milioni di dollari con l’emissione di obbligazioni convertibili in scadenza il 15 dicembre 2025 e cedola 0,75% (ISIN: US594972AB78). Il titolo apparentemente risulta poco redditizio, offrendo un tasso d’interesse annuale molto basso. Peraltro, espone un investitore americano al rischio di cambio. Tuttavia, trattasi di un bond convertibile in azioni. Il rapporto di conversione è di 2,5126 azioni per ogni 1.000 dollari, pari a un prezzo di conversione di 397,99 dollari.

In pratica, se alla scadenza il prezzo delle azioni risulterà superiore ai 398 dollari, l’obbligazionista troverà conveniente esercitare la conversione, così da poter rivendere il titolo a un prezzo maggiore di quello di acquisto, realizzando una plusvalenza. Fin qui, nulla di diverso rispetto a una qualsiasi obbligazione convertibile. La peculiarità di questa emissione consiste nell’essere legata profondamente all’andamento della “criptovaluta”. Al 21 dicembre scorso, la società possedeva ben 70.470 Bitcoin. Ai valori di mercato di ieri, valevano sopra 2,5 miliardi di dollari. In media, queste monete digitali sono state acquistate a 15.964 dollari, per cui sono costate a MicroStrategy 1,12 miliardi.

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Boom di prezzi e rendimento

Questi dati implicano che attualmente più di un quinto della capitalizzazione in borsa della società (6,58 miliardi, ieri) è dato dall’apprezzamento dei Bitcoin in portafoglio.

In effetti, dal lancio delle obbligazioni, il titolo azionario in borsa è schizzato del 150% a 710 dollari, ponendosi del 78% sopra il prezzo di conversione. In altre parole, chi possiede le convertibili avrebbe oggi potenzialmente una plusvalenza garantita tra poco meno di 5 anni di quasi l’80%.

Tuttavia, chi volesse acquistare oggi il bond dovrebbe spendere molto più di quanto gli verrebbe rimborsato alla scadenza. La quotazione ieri superava 169, pari a una minusvalenza di oltre il 40%. In pratica, dovrai spendere 1.690 dollari per ogni 1.000 dollari di valore nominale inserito in portafoglio. Il rendimento annuale sarebbe, quindi, di quasi il -8%. Ad ogni modo, tenuto conto anche della mini-cedola e immaginando che il prezzo delle azioni rimanga quello attuale fino alla scadenza, la plusvalenza lorda che ci saremmo assicurati sarebbe di quasi il 40%, qualcosa come l’8% su base annua.

E chiaramente, se i Bitcoin continuassero a salire, trascinerebbero con sé le quotazioni azionarie di MicroStrategy, rendendo la conversione ancora più profittevole e le obbligazioni molto più appetibili, con il risultato che rincarerebbero ulteriormente, offrendo all’investitore la possibilità di realizzare guadagni potenzialmente notevoli anche ben prima della scadenza. D’altronde, dall’avvio delle negoziazioni a inizio gennaio ad oggi, cioè in meno di un mese, il prezzo del bond è cresciuto del 32%, beneficiando del +110% messo a segno dai Bitcoin dalla data di emissione di dicembre. Nel caso in cui i Bitcoin scendessero di prezzo e facessero sprofondare le azioni societarie sotto il prezzo di conversione, l’obbligazionista non perderebbe il capitale, ma semmai avrà investito in un asset poco redditizio, riscuotendo solamente le cedole. Solo nel caso in cui il crollo della “criptovaluta” minacciasse la stabilità finanziaria di MicroStrategy il rischio di credito diverrebbe elevato. Ma non sembra uno scenario molto realistico, anche perché la società nel caso si sgancerebbe gradualmente dall’asset, allentando la dipendenza dal suo andamento sul mercato.

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