Missili russi e Cipro minacciano l’obbligazionario della Turchia

Rendimenti turchi in rialzo e cambio ai minimi da due mesi contro il dollaro. Scontro tra Ankara e Washington sui missili S-400 dalla Russia e la possibile vendita di armi USA a Cipro. Il mercato sconta le tensioni.

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Rendimenti turchi in rialzo e cambio ai minimi da due mesi contro il dollaro. Scontro tra Ankara e Washington sui missili S-400 dalla Russia e la possibile vendita di armi USA a Cipro. Il mercato sconta le tensioni.

America e Turchia di nuovo ai ferri corti dopo l’approvazione da parte del Senato USA di una risoluzione per chiedere al presidente Donald Trump di imporre sanzioni ad Ankara, in relazione alla ribadita volontà del suo governo di acquistare missili S-400 dalla Russia, nonché che per le divergenze sulla Siria.

Oltre a imporre l’embargo all’alleato della NATO, i senatori americani hanno dato il via libera alla rimozione di quello sulle vendite di armi a Cipro, isola contesa da Grecia e Turchia e che la comunità internazionale riconosce con capitale Nicosia. Per tutta reazione, il ministro degli Esteri turco ha ribadito che non saranno le minacce a impedire al suo paese di adottare le misure necessarie a difendere la propria sicurezza nazionale.

Lira turca giù sulle tensioni diplomatiche USA-Turchia. Il cambio contro il dollaro si è portato a 5,91, ai livelli più deboli da due mesi. In ascesa i rendimenti sovrani, con il bond a 2 anni ad offrire oggi il 12,145%, circa 60 centesimi in più rispetto a solamente due sedute fa e ai massimi da circa un mese e mezzo, mentre il decennale viaggia al 12,70%, ai massimi da quasi due mesi e in netto aumento dall’11,89% di inizio dicembre.

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Lira turca sotto le lenti

Il rally obbligazionario turco sembra essersi interrotto da settimane, essendo stato trainato sia dal trend globale favorevole e che aveva spinto gli investitori verso i mercati emergenti a caccia di rendimento, sia dalla previsione di un forte abbassamento del costo del denaro per via della discesa dell’inflazione. La banca centrale ha nei giorni scorsi tagliato i tassi di altri 200 punti base al 12%, anche se a novembre l’inflazione aveva ripreso a salire al 10,6%. In teoria, i margini reali appaiono ormai bassi e ciò ridurrebbe quelli di manovra di cui disporrebbe teoricamente ancora il governatore Murat Uysal.

La lira turca sarà il driver delle decisioni d’investimento sui mercati e della stessa banca centrale. Un suo indebolimento impatterebbe nei mesi sull’inflazione, stimolandola al rialzo e ponendo fine all’allentamento monetario prima del tempo, con conseguenze negative anche per l’obbligazionario sovrano e corporate.

E a sua volta, il cambio sarà dipendente dalle tensioni geopolitiche. Ankara appare erratica nelle relazioni con gli USA. Dal caso del pastore americano incarcerato con l’accusa di terrorismo, passando per gli attacchi contro la minoranza curda in Siria, arrivando ai rapporti militari con la Russia (Ankara è un membro della NATO) e a quelli non meno stretti con l’Iran, tutto da tempo va nella direzione di allontanare i due paesi. E la lira ne risente, quasi dimezzandosi di valore dal fallito golpe del luglio 2016.

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