Comprare titoli turchi con la lira stabile? Ecco cosa ci dice questo dato

I rendimenti dei bond turchi sono scesi ai minimi da almeno inizio 2018 e dovrebbero continuare ad arretrare sulle attese di ulteriori tagli dei tassi. E un dato macro si presta a una doppia lettura sul fronte degli investimenti sul mercato sovrano.

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I rendimenti dei bond turchi sono scesi ai minimi da almeno inizio 2018 e dovrebbero continuare ad arretrare sulle attese di ulteriori tagli dei tassi. E un dato macro si presta a una doppia lettura sul fronte degli investimenti sul mercato sovrano.

Dopo la tempesta finanziaria che aveva travolto nell’estate 2018 sia la Turchia che l’Argentina, possiamo ben dire che Ankara stia superando la crisi senza enormi traumi, mentre Buenos Aires si accinge a dichiarare forse il suo terzo default nel nuovo millennio.

I rendimenti sovrani turchi sono scesi ai minimi da diverso tempo. I bond a 2 anni offrono il livello più basso da ottobre 2017, cioè da oltre due anni, attestandosi in queste ultime sedute nei pressi del 12%, quelli a 10 anni giacciono su livelli appena superiori e, comunque, ai minimi da marzo 2018, oltre un anno e mezzo.

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Questo significa che i prezzi dei titoli turchi sono in ripresa e, in effetti, si mostrano in recupero dal maggio scorso, quando non a caso ha iniziato a rafforzarsi dai minimi anche il cambio contro il dollaro. La lira turca perde ancora il 7% quest’anno, ma negli ultimi mesi ha recuperato parte delle perdite e sembra attestarsi più o meno stabilmente in area 5,75 contro il biglietto verde. Il mercato ha scontato i 1.000 punti base in meno di taglio dei tassi da parte della banca centrale nel corso del 2019, prevedendo un ulteriore abbassamento dal 14% attuale per il prossimo board.

In effetti, l’inflazione risulta scesa in ottobre all’8,55%, il tasso minimo da 3 anni. Esiste spazio per ridurre il costo del denaro senza per questo indebolire la lira, che rispetto a due anni fa perde il 35%. In teoria, anche il cambio avrebbe modo di rafforzarsi, specie se gli investitori dovessero rasserenarsi sulle prospettive per l’economia turca, attesa dall’OCSE in crescita per quest’anno dello 0,3%, per il 2020 del 3% e per il 2021 del 3,2%, in netto miglioramento rispetto alle precedenti stime rispettivamente del -0,3%, +1,6% e + 2,3%. Gli stessi investitori sondati dalla banca centrale di Ankara vedono un’inflazione per fine anno inferiore alle precedenti stime, pur in risalita dai livelli di ottobre e sopra il 12%, un pil in miglioramento e un saldo corrente positivo per oltre mezzo miliardo di dollari.

Partite correnti e bond turchi

Fermiamoci su quest’ultimo punto. Nei primi 9 mesi dell’anno, le partite correnti in Turchia hanno esitato un bilancio attivo complessivo di 3,7 miliardi di dollari, circa mezzo punto di pil. Si tratta di una novità “storica” per l’economia emergente cronicamente passiva. Il saldo corrente capta due sotto-saldi: dei movimenti dei capitali e quello commerciale. Ora, la bilancia commerciale al settembre scorso restava ampiamente negativa di 22,66 miliardi, per cui il segno positivo per le partite correnti risulta frutto solo degli afflussi dei capitali per un totale netto di 26,4 miliardi in appena 9 mesi.

Perché i capitali starebbero affluendo così copiosamente in Turchia e cosa significa per il mercato sovrano? Le tensioni finanziarie si sono allentate, pur rimanendo quelle di natura geopolitica sul caso Siria e lo scontro con gli USA sui rapporti militari-commerciali con la Russia. Sembra che per gli investitori il cambio abbia toccato il “floor” e che, quindi, adesso abbia senso investire sui titoli di stato, ma anche corporate e azionari turchi, con questi ultimi ad avere guadagnato il 16,5% quest’anno. Certo, che le esportazioni restino nettamente inferiori alle importazioni, pur con una lira molto debole e quotazioni del petrolio basse, non autorizza a facili previsioni.

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Prospettive a medio-lungo termine

In fondo, non sembra nemmeno sostenibile ipotizzare che le partite correnti possano essere tenute in attivo solamente dai movimenti finanziari per un lungo periodo. E determinando le variazioni del cambio, difficile immaginare che senza un recupero della competitività, la lira turca possa continuare a rafforzarsi. Certo, gli afflussi verso il comparto sovrano sono determinati dalle vendite eccessive del recente passato e dalla caccia al rendimento nel mondo. Dopo tutto, un decennale qui offre ancora circa 3 punti e mezzo sopra l’ultimo tasso d’inflazione rilevato, facendo pensare che i tassi scenderanno ancora e che, quindi, i prezzi saliranno, magari compensando l’eventuale volatilità della lira.

Ma i fondamentali in sé non depongono in favore di una sola lettura positiva.

Il ritorno alla crescita dell’economia, ad esempio, dovrebbe coincidere con una ripresa dei consumi, ossia anche delle importazioni, la quale aumenterebbe il passivo commerciale e, ceteris paribus, indebolirebbe il cambio, rendendo meno allettanti le obbligazioni di stato. Nel breve, l’outlook per queste ultime appare positivo, nel medio-lungo periodo dipenderà dalla capacità dell’economia domestica di rendersi più competitiva e meno alla mercé dei soli capitali stranieri.

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