Mercato Treasury, opportunità di guadagno o il calo dei rendimenti è già finito?

Rendimenti americani ancora in calo o dobbiamo iniziare a scontare un altro scenario? Ecco una possibile spiegazione di quanto accadrebbe nei prossimi mesi, Fed permettendo.

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Rendimenti americani ancora in calo o dobbiamo iniziare a scontare un altro scenario? Ecco una possibile spiegazione di quanto accadrebbe nei prossimi mesi, Fed permettendo.

Nel mese di febbraio, negli USA sono stati creati 20.000 posti di lavoro, il dato più debole dal settembre del 2017. Gli analisti si aspettavano cifre di molto superiori. Tuttavia, fattori stagionali dovrebbero avere influito, per cui non sarebbe ancora il caso di trarne conclusioni affrettate sullo stato di salute del mercato del lavoro americano e dell’intera prima economia mondiale. Anche perché il tasso di disoccupazione risulta sceso al 3,8% dal 4% di gennaio, mentre le retribuzioni orarie hanno accelerato la corsa al rialzo, crescendo del 3,4% su base annua (ai massimi da 10 anni) e dello 0,4% mensile.

E proprio i salari vengono tenuti sotto osservazione dalla Federal Reserve per capire come si evolverà l’inflazione nei mesi successivi. Non è un caso che il Treasury a 10 anni abbia reagito con un minimo rialzo dei rendimenti al 2,65% alla lettura dei dati di venerdì pomeriggio, segnalando che il mercato avrebbe captato conseguenze più “hawkish” che “dovish” sui tassi americani.

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In effetti, se si guarda al “breakeven” a 5 anni tra i rendimenti del Treasury con cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione, si nota che esso risulti salito ai massimi dal novembre scorso, quando iniziava il crollo dei rendimenti sovrani USA, passati dal 3,25% a un minimo del 2,54% di inizio gennaio, salvo riprendersi fino alla settimana scorsa, riscendendo nelle ultime sedute. Tale spread segnalerebbe le aspettative d’inflazione del mercato nel medio-lungo termine. Ha raggiunto l’apice nel maggio scorso, arrivando al 2,16%, superando di nuovo la soglia del 2% nel primo autunno, salvo schiantarsi a un minimo di poco superiore all’1,50% a inizio 2019. E non sarebbero casuali queste tempistiche, perché seguirebbero quelle del petrolio, le cui quotazioni a inizio ottobre scorso sfondavano gli 86 dollari al barile (Brent), mentre a fine dicembre ripiegavano a 50 dollari. Attualmente, sono risalite ai massimi proprio dal novembre scorso, con il Brent a 65 e il Wti a 55 dollari.

Il petrolio impatta sulle aspettative d’inflazione e non a caso il presidente Donald Trump attacca da mesi l’OPEC, chiedendogli di porre fine all’accordo sul taglio della produzione, sostenendo che i prezzi sarebbero alti per l’economia mondiale.

Il suo obiettivo è chiarissimo: fornire alla Fed una giustificazione concreta per non alzare i tassi, se non per tagliarli. Il mercato stima al 20% le probabilità che al prossimo gennaio il governatore Jerome Powell tagli i tassi, mentre non prevede più alcun ulteriore rialzo. In effetti, se l’inflazione nell’estate scorsa si era portata a un massimo del 2,9%, a gennaio risultava già scesa all’1,6%, sotto il target del 2%. Per adesso, quindi, nonostante il mercato del lavoro in piena occupazione e più posizioni vacanti che disoccupati, le pressioni inflazionistiche non starebbero ancora attecchendo.

Qualche ipotesi sul Treasury

Che cosa possiamo prevedere sul Treasury? La risposta dipende da cosa prevediamo che faccia la Fed nei prossimi mesi. A gennaio ha annunciato che si terrà “paziente”, potendoselo permettere. Ad oggi, i funzionari dell’istituto, tramite i “dot plots”, continuano a stimare fino a 2 rialzi dei tassi da 25 punti base ciascuno, ma sembra improbabile che ciò avvenga, a meno che l’inflazione non acceleri sopra il target, in forza della crescita del pil superiore alle attese. In effetti, anche giovandosi di un ambiente di tassi azzerati quasi ovunque nel mondo avanzato, il dollaro quest’anno si è apprezzato dell’1,5% contro le principali valute, segno che gli investitori non starebbero scontando un allentamento monetario negli USA. Le stesse probabilità di una recessione americana a breve sembrano essere di molto diminuite e adesso la previsione degli analisti sarebbe rinviata al 2021, quando la prima economia mondiale sarà già cresciuta da oltre 12 anni. Tuttavia, la curva delle scadenze resta invertita nel tratto medio-breve, segno che ci si aspetti qualche evento negativo sul fronte dell’economia da qui a non molto.

Mettendo assieme tutti questi dati, possiamo immaginare che il Treasury continui a crescere di prezzo e a scendere di rendimento fino a quando il petrolio non autorizzerà a temere un rialzo dell’inflazione. La soglia psicologica sarebbe quella dei 60 dollari per il Wti (e dei 70 per il Brent), anche se appare improbabile che le quotazioni riescano a sostare sopra tali livelli, data la debole congiuntura globale, a partire dalla Cina, prima importatrice di greggio.

Inoltre, proprio i venti di crisi che soffiano in Asia e nell’Eurozona spingerebbero il mercato a trovare rifugio in porti come i bond americani, tedeschi e nipponici, a beneficio dei rispettivi prezzi, trattandosi di titoli percepiti come sicuri. E attirando capitali esteri, il dollaro resterebbe forte, impattando negativamente sull’inflazione, incrementando le probabilità di un taglio dei tassi entro il 2020.

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Se questo scenario dovesse prendere piede, probabile che si registri sul mercato un aumento dei rendimenti a breve e un calo di quelli a lungo termine per i Treasuries, segno che gli investitori sconterebbero un deterioramento delle condizioni macro da un lato e approfitterebbero dell’ultima finestra temporale disponibile per offrire denaro a scadenze più longeve e a rendimenti più alti. Insomma, la curva risulterebbe invertita lungo un tratto ben più lungo di quello attuale, che poi è quel che capita di solito alla vigilia di una recessione negli USA. Del resto, se la Fed fosse attesa con serie probabilità a tagliare i tassi, non sarebbe certo per effetto di un quadro macro in evoluzione positiva.

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